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Blue Whale, mito di morte pericolosamente gonfiato dal giornalismo sensazionale

Maggio 19, 2017 2:45 , by Il Disinformatico - | No one following this article yet.
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Vorrei dirlo subito, chiaro e tondo: il Blue Whale Challenge, la serie di sfide che porterebbero al suicidio di cui si parla tanto ultimamente, soprattutto dopo un servizio trasmesso da Le Iene il 14 maggio scorso, è un mito senza prove.

Ma è un mito che rischia di trasformarsi in realtà se si continua a parlarne in modo irresponsabile, sensazionalista e acchiappaclick, quasi compiacendosi di raccontarne i dettagli, l'elenco delle sfide da superare, come stanno facendo tanti giornali e come ha fatto appunto Le Iene con un servizio, durato oltre mezz'ora, che ha indugiato lungamente su immagini scioccanti ma ha portato ben pochi elementi concreti.

Continuare con questi toni gridati, spettacolarizzare le sofferenze, rischia di creare solo fascino morboso e di ispirare emulatori invece di affrontare seriamente un problema gravissimo come quello del suicidio fra gli adolescenti.

Provo quindi a fare un passo indietro ed esaminare con calma i fatti. Ma prima vorrei mettere in chiaro un'altra cosa: le persone crudeli, i malati di mente, gli idioti che per malsano divertimento o incoscienza istigano i ragazzi e le ragazze a fare cose pericolose o a compiere gesti estremi esistono realmente, e da sempre, su Internet e fuori da Internet. E poco importa se stavolta si fanno chiamare Blue Whale (balenottera azzurra, non "balena blu") o in qualunque altro modo. Quello che conta è che questi istigatori non hanno poteri magici, non sono una setta o un culto internazionale organizzato, e non è vero che vanno in giro a ricattare e punire chi si rifiuta di seguire le loro istruzioni.

Questa gente disturbata ha potere soltanto se glielo diamo noi: se i genitori lasciano che i figli giovanissimi parlino con gli sconosciuti e girino su Internet senza tenerli d'occhio e senza spiegare loro com'è il mondo; se si crede a tutto quello che si vede su Internet; se i giornalisti presentano questi adescatori come dei geni della perversione e si attaccano a etichette di facile presa come appunto Blue Whale Challenge.

Il Blue Whale Challenge è come Slenderman o Talking Angela: esiste e fa danni solo se crediamo che esista. Non facciamoci trollare crudelmente.


I fatti e le origini


Secondo le indagini del giornalista Russell Smith, del collega debunker David Puente, di Know Your Meme, de Il Post e del sito antibufala Snopes, il mito del Blue Whale  Challenge è iniziato a maggio del 2016, quando la rete televisiva russa RT (Russia Today) ha trasmesso un servizio sui gruppi di discussione sul suicidio presenti sul social network VK.

Sempre a maggio del 2016, un'altra testata giornalistica russa, la Novaya Gazeta, ha citato per la prima volta specificamente qualcosa che somiglia al Blue Whale Challenge («киты плывут вверх» e simili), dichiarando che su 130 suicidi giovanili avvenuti in Russia fra novembre 2015 e aprile 2016, almeno 80 erano collegati a questa serie di sfide e a gruppi che usano la balena come nome o simbolo.

La risonanza di questo servizio e di questo articolo inevitabilmente ha generato imitatori, per cui in Rete ha preso a diffondersi una serie di immagini e di memi dedicati alle varie sigle e parole chiave incentrate sulle balene. E non sono mancati gli sciacalli che hanno speculato sulla vicenda creando pagine social sul tema, che generavano guadagni pubblicitari, come nota Sofia Lincos su Queryonline.

A novembre 2016 il sito di notizie russo RBTH ha annunciato l'arresto di un uomo, Filipp Budeikin, accusato di aver gestito un gruppo dedicato al suicidio su VK. Ma RBTH non ha menzionato specificamente il Blue Whale Challenge. Eppure l'arresto viene interpretato lo stesso come una conferma della sua esistenza.

Le dichiarazioni sprezzanti di Budeikin sulle proprie vittime, riportate mesi dopo dai giornali sensazionalisti di lingua inglese (Daily Mail e Metro) e dalla BBC, provengono da un solo sito russo ma sono rimaste prive di qualunque conferma; inoltre nell'articolo russo originale non c'è menzione di legami fra Budeikin e Blue Whale Challenge. Budeikin si è dichiarato colpevole di istigazione al suicidio di almeno 16 ragazze; non è chiaro se le ragazze abbiano seguito fino in fondo le sue istruzioni.

Sono ancora i giornali scandalistici britannici a pompare la notizia a febbraio e marzo di quest'anno: il Daily Mail, il Daily Express e il Sun ripetono il dato sbagliato dei 130 morti senza fare alcuna verifica, copiando ciecamente le prime fonti russe ma precisando quasi sempre che non ci sono conferme. La polizia britannica pubblica un tweet di avvertimento ai genitori, a titolo prudenziale in risposta agli strilli di questi giornali, e questo per molti adulti "autentica" la storia.

Ma i giornalisti che fanno indagini, come quelli di Radio Free Europe, hanno notato a febbraio 2017 che né i 130 suicidi né l'arresto in Russia sono stati legati concretamente al Blue Whale Challenge. Hanno tentato di infiltrarsi usando false identità ma non trovano nulla, tranne un presunto "curatore" che però dopo la prima sfida (simulata dai giornalisti) è sparito.

Le parole di Matteo Viviani nel servizio de Le Iene sono quindi sbagliate e ingannevoli: a parte le dichiarazioni di un intervistato (Sergey Pestov), non ci sono prove che "centinaia di adolescenti si sono suicidati, e tutti quanti... lo hanno fatto per seguire le regole di un macabro gioco: la Blue Whale" (a 1:50). E il servizio stesso indica che nel caso del ragazzo suicidatosi a Livorno non ci sono prove di legame specifico con il Blue Whale Challenge (a 23:20).


Conclusioni


Dall'analisi dei fatti emerge insomma che Blue Whale è solo una delle tante etichette, più o meno temporanee, di un problema ben più durevole e ampio: quello dei gruppi online e delle pagine dei social network che alimentano il disagio giovanile e sono infestate da bulli e predatori. È importante parlare della questione nel suo complesso con i propri figli e, se siete docenti, con i propri studenti, per evitare che si diffondano false credenze sull'onnipotenza di questi "tutor"  o "curatori", come è già accaduto per altri casi come appunto Slenderman.

Concentrarsi solo su questa sigla, o sulle altre che circolano, è quindi soltanto una scorciatoia giornalistica per creare titoli sensazionali, che rischia di distrarci dalla vera questione, di scatenare psicosi e di dare una gruccia verbale comoda agli sciacalli.

Le prime conseguenze di questo genere si stanno già facendo sentire: circola infatti la falsa notizia di una prima vittima italiana del Blue Whale Challenge ad Avellino, ma è opera di un sito sparabufale; e ci sono app e locali il cui nome richiama la balenottera azzurra e che vengono inondati di insulti e di recensioni negative da utenti che chiaramente non hanno capito granché di come funziona Internet.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.

Source: http://feedproxy.google.com/~r/Disinformatico/~3/mOUgWV47TNw/blue-whale-mito-pericolosamente.html