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Disinformatico

4 de Setembro de 2012, 21:00 , por profy Giac ;-) - | No one following this article yet.
Blog di "Il Disinformatico"

L’articolo 13 spiegato da un racconto di Cory Doctorow

18 de Dezembro de 2018, 22:38, por Il Disinformatico

Traduco qui False Flag, un racconto di Cory Doctorow scritto per illustrare qual è la posta in gioco qualora andasse in porto la proposta di direttiva sul copyright dell’Unione Europea di cui si discute tanto e che è osteggiata da grandi esperti come Vint Cerf, uno dei padri di Internet, e Tim Berners-Lee, co-creatore del Web, oltre che da quattro milioni di cittadini europei. La traduzione è realizzata e pubblicata con il permesso di Doctorow e del Green European Journal.

Quella che leggete è una mia prima traduzione veloce: se snidate refusi o avete suggerimenti per migliorarla, fatelo nei commenti. Buona lettura.

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Agata aveva sempre dato per scontato che la parte difficile sarebbe stata la cattura delle immagini. Ma per come andarono le cose, l’inserimento e l’estrazione segreta di un drone nel Mare del Nord furono la parte facile.

Agata e la sua cellula avevano trascorso mesi a pianificare l’operazione nel Mare del Nord, lavorando con una fredda alacrità che bilanciava la possibilità che arrivassero troppo tardi contro la possibilità che sarebbero stati scoperti ed esposti. Ma quella mattina, mentre saltava le creste delle onde nella piccola Zodiac, capitanata da Oxana, che nel suo passamontagna pareva una Pussy Riot, Agata sapeva che sarebbe andata bene. Estrasse il suo Toughbook, attivò i droni, ciascuno grande come una libellula, e li spedì ad effettuare una ricognizione del peschereccio usando radar e telecamere per catturare le reti sottomarine e seguirle in tutti i loro venticinque chilometri di estensione. Era incredibile da vedere, ed era terribile, una vasta malignità che avrebbe reso sterile il mare mentre veniva trascinata dietro il peschereccio, che batteva bandiera panamense.

I droni avevano energia appena sufficiente a fare una visita veloce alla nave, acquisendone i dati di registro navale e le bandiere e scattando immagini zoomate automaticamente dei volti dei marinai prima che si esaurissero le batterie. Agata aveva valutato l’idea di far cadere i droni in mare, ma l’ironia di gettare in mare dei rifiuti elettronici in un progetto concepito per lanciare l’allerta sulla pesca eccessiva illegale era davvero troppa. Aveva invece limato via accuratamente tutti i numeri di serie dei droni, in modo che potessero essere abbandonati anonimamente a bordo del peschereccio.

Incapparono in venti contrari sulla via del ritorno alla loro nave appoggio, che doveva riportarle a Thyborøn. La Zodiac quasi si rovesciò due volte; alla seconda, Agata riuscì per un pelo ad agguantare il Toughbook che rimbalzava e saltellava verso i trincarini, lasciandola con una mano a tenerlo stretto e l’altra mano ad aggrapparsi alla barca, intanto che una foschia ghiacciata e pungente la martellava senza tregua. Erano fradicie ed esauste quando raggiunsero la nave appoggio. Le gambe di Agata tremavano mentre saliva a bordo, con le nocche bianche da quanto stringeva forte il Toughbook. Riuscì a collegare il telefono satellitare e a iniziare l’upload delle sue riprese prima di vomitare.

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Ma ottenere le immagini fu la parte facile.

Agata e la sua crew fecero l’upload sia delle riprese grezze, sia di un bel montaggio con voce narrante che spiegava in dettaglio le tante leggi violate dal peschereccio, usava fonti pubbliche e dati trafugati per decifrare una piccola parte della struttura dell’azienda che formalmente era proprietaria del peschereccio, scopriva quali grossisti compravano il pescato; un pacchetto completo. Era il loro mestiere: inquinatori, pescatori illegali, scaricatori abusivi di rifiuti, condizioni di lavoro insicure. Lavoravano senza un nome o un marchio, perché le organizzazioni che hanno un nome erano vulnerabili alle ritorsioni. La gente che era disposta a trascinare reti da pesca di venticinque chilometri o di mandare lavoratori migranti a togliere isolamenti d’amianto da un futuro loft industriale indossando solo una mascherina da verniciatore erano, a volte, anche disposti a fare cose davvero deplorevoli e dolorose agli attivisti che li intralciavano. Agata e l’equipaggio preferivano restare invisibili a tutti: erano i video e gli archivi che li accompagnavano a raccontare la storia, loro erano soltanto le persone che facevano quella storia. Non facevano parte della storia.

Usarono dei bot per caricare le immagini ovunque e contemporaneamente, applicandovi hashtag esistenti (#fishpocalypse, #NorthSeaDieOff) e nuovi che avevano creato per quest’operazione: #NorthSeaKiller. Nessuno dei membri dell’equipaggio avrebbe dato un like o un upvote a questa roba, ovviamente: essere i primi a mettere un like a qualcosa era praticamente come dire “Questo l’ho fatto io!”. Invece aspettarono che gli attivisti che seguivano i tag esistenti si accorgessero degli upload e iniziassero a spargere la voce. Seguirono i tag man mano che diventavano virali, guardarono i ministeri della pesca danesi e scozzesi mentre venivano bombardati di domande, videro gli inviti a boicottare il grossista del peschereccio che emergevano spontaneamente, e sorrisero all’idea di qualcuno, in una pescheria, che cercava affannosamente di capire che diavolo stesse succedendo, se doveva semplicemente smettere di comprare dal #NorthSeaKiller. Tutto stava andando bene — fino al momento in cui non andò più.

I grafici delle analytics per le mention e i like e le condivisioni e i download non avevano fatto altro che aumentare, e la curva era diventata sempre più ripida, quasi verticale, nelle ore da quando avevano iniziato la disseminazione. Ora era caduta di colpo a quasi zero.

Nella chat di gruppo, Agata vide la crew postare catture delle schermate dei loro sinottici delle analytics, poi passò ad altre schede del browser, entrando in una serie di social network e cercò di caricare i post iniziali per ricontrollarne le statistiche.

> POST NON DISPONIBILE

> QUESTO CONTENUTO È STATO RIMOSSO PER VIOLAZIONI DEL COPYRIGHT AI SENSI DELL’ARTICOLO 13 DELLA DIRETTIVA SUL COPYRIGHT NEL MERCATO UNICO (2019)

La crew ne aveva sentito parlare. Non erano l’unica crew, dopotutto, e avevano amici che avevano amici nelle altre crew, e c’erano stati mormorii di contromisure inarrestabili messe in campo da società di “gestione della reputazione” e di “comunicazione di crisi” che vendevano una suite di servizi molto esclusiva e molto costosa a clienti veramente disperati tipo, per esempio, una società di pesca illegale che stava per finire malissimo.

Funzionava così: in base all’Articolo 13, le piattaforme erano responsabili se consentivano, anche brevemente, la disponibilità senza permesso di qualunque opera protetta dal copyright. Ma naturalmente le piattaforme non erano in grado di sapere cosa era e non era un’opera vincolata dal copyright, e così, in un compromesso che solo un eurocrate avrebbe potuto amare, l’UE disse che i detentori dei diritti erano obbligati a registrare i propri copyright presso le piattaforme, caricandoli su questi database spalancati, prodotti in crowdsourcing, di contenuti banditi. Una volta che un video o una foto o un blocco di testo o una clip audio erano nel database di una piattaforma, nessuno poteva postare su quella piattaforma nulla che corrispondesse in tutto o in parte a quel file.

Cosa anche peggiore, l’Articolo 13 non prevedeva un modo per punire le persone che rivendicavano per errore il copyright su opere che non erano loro, e men che meno i ripulitori di reputazione ostili e occulti che usavano l’Articolo 13 per censurare i video che minacciavano i bilanci contabili dei loro clienti. In teoria una piattaforma poteva scegliere di ignorare questa gente, escluderli dai database di blacklist, ma i truffatori avrebbero sempre avuto la rivincita, perché a quel punto avrebbero avuto il diritto di far causa e lasciare in mutande la piattaforma qualora un’opera sotto loro copyright fosse comparsa online, anche solo per un giorno.

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La viralità arrivò e se ne andò. Con i video ora offline, cominciò a serpeggiare online una nuova storia: “fonti vicine alla questione” giuravano che loschi figuri (forse dei troll russi che cercavano di seminare disinformazione?) avevano messo online dei fake astuti che facevano sembrare che un peschereccio perfettamente innocente avesse calato delle reti a strascico illegale nelle fragili riserve di pesca del merluzzo del Mare del Nord. I video sembravano veri a prima vista, ma chiunque li esaminasse con attenzione notava immediatamente le falsificazioni.

La crew era inerme, furibonda. Si ricordavano di quando c’erano piattaforme più piccole, basate in Europa, che potevano usare per ospitare i video. Quelle piccole aziende erano scomparse da tempo: già per loro era dura competere con la Big Tech americana, ma dopo che la Direttiva sul Copyright decretò che avrebbero dovuto trovare mezzo miliardo di euro per comparare tecnologie di filtraggio nel momento in cui si trasformavano da “microimprese” in potenziali concorrenti di Google e Facebook, chiusero tutte i battenti.

La crew non poteva neanche fornire i propri video a dei giornalisti amici per smentire le asserzioni dei grandi giornali di proprietà delle società. Anche solo linkare un giornale importante richiedeva una licenza a pagamento, e mentre i giornali si concedevano licenze a vicenda in modo da poter citare articoli nelle pubblicazioni concorrenti, le testate dissidenti e indipendenti che un tempo commentavano e analizzavano quello che faceva notizia e quello che non lo faceva erano tutte svanite quando le grandi società di news avevano rifiutato di concedere loro la licenza di linkarle.

Agata parlò con un avvocato di sua conoscenza, usando cauti giri di parole e forme ipotetiche. L’avvocato le confermò quello che aveva già intuito.

“La tua amica immaginaria non ha speranze. Dovrebbero identificarsi per inoltrare un’opposizione, dire a tutti la loro vera identità e rivelare che sono loro gli artefici del video. Anche così, ci vorrebbero sei mesi per far sì che le piattaforme esaminino l’opposizione, e a quel punto tutta la notizia sarebbe svanita dall’opinione pubblica. E se fossero miracolosamente riusciti a destare di nuovo l’attenzione dellla gente? Beh, i falsificatori avrebbero semplicemente fatto rimuovere di nuovo il video. Basta un istante a un bot per inoltrare una rivendicazione di copyright fasulla.Ci vogliono mesi prima che degli umani riescano ad annullare la rivendicazione. È una guerra asimmetrica e voi sarete sempre fra quelli che la perdono.”

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La crew aveva una dozzina di altre operazioni che erano arrivate a vari livelli di pianificazione, ma #NorthSeaKiller uccise il loro animo. Vedevano quanto sarebbe stato facile ripetere il trucchetto, e senza Internet la crew era inerme.

Cosa sarebbe successo se qualcuno avesse organizzato un raduno d’indignazione virale e non si fosse presentato nessuno?

Agata non era più una ragazza. Si ricordava, a malapena, di quando Internet non era composta da quattro megasocietà nelle quali la gente postava screenshot tratti dagli altri tre. Ma anche l’Internet accentrata e commerciale aveva la sua utilità, come luogo nel quale i potenti potevano essere chiamati a rendere conto e ad essere esaminati. Era rischioso, ma il rischio aveva le proprie ricompense.

Non più.

Aveva tanti messaggi in attesa dai membri della crew, ma non riuscì a trovare la forza di rispondere neanche a uno di essi. Andò a letto.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



Soddisfazioni spaziali: vincere una patch della missione di Luca Parmitano con un tweet

18 de Dezembro de 2018, 18:03, por Il Disinformatico

Qualche giorno fa l’ESA ha tweetato una caption competition: un invito a comporre la didascalia migliore o più divertente per questa foto di Luca Parmitano:

Caption competition!
What was @astro_luca explaining to @AstroDrewMorgan at the Baikonur museum earlier this week? Funniest/best entry wins a #Beyond patch. Deadline Monday, reply to this tweet! #TGIF

Full resolution download: https://t.co/xrghVBiQW5 pic.twitter.com/w02tKSeHj2
— Human Spaceflight (@esaspaceflight) 7 dicembre 2018



Così per ridere, mentre ero fra un appuntamento di lavoro e un altro, ho provato a rispondere:

"Backup crewmember Luca Parmitano demonstrates the new cost-saving launch escape system, also known as JAICY, or Jump And I'll Catch You"
— Paolo Attivissimo (@disinformatico) 7 dicembre 2018


Traduzione: "Luca Parmitano, membro dell'equipaggio di riserva, spiega il funzionamento del nuovo sistema di salvataggio per emergenze durante il lancio, mirato a ridurre i costi, noto anche come SGCTP, ossia ‘Salta Giù Che Ti Prendo’”.

Ho ricevuto un tweet privato di preavviso dall’ESA, che mi ha avvisato che la mia battuta improvvisata era piaciuta a Luca, e stamattina mi è arrivata questa:

— Paolo Attivissimo (@disinformatico) December 18, 2018



— Paolo Attivissimo (@disinformatico) 18 dicembre 2018


Ho fatto sorridere un astronauta.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



Nuova mail di estorsione di massa: stavolta minaccia bombe. Fallisce miseramente

18 de Dezembro de 2018, 15:07, por Il Disinformatico

Vi ricordate la recente mail di ricatto, mandata a tantissime persone, che diceva che un criminale informatico era entrato nel vostro computer mentre guardavate siti per adulti, vi aveva videoregistrato attraverso la telecamerina del computer, e voleva denaro per non diffondere il video?

Era un bluff totale, perché i criminali che la mandavano non avevano registrato nulla e contavano semplicemente sulle abitudini e sui sensi di colpa delle persone, ma ha funzionato lo stesso: un numero non trascurabile di utenti ha pagato, secondo quanto risulta dal monitoraggio dei conti Bitcoin sui quali finivano i soldi incassati dai truffatori.

Ora qualcuno ha avuto la pensata di usare lo stesso modello di estorsione basato sul bluff ma di cambiare la ragione del ricatto: nei giorni scorsi scuole, aziende, ospedali e tribunali negli Stati Uniti, in Australia, in Canada e in Nuova Zelanda hanno ricevuto una mail che avvisava che all’interno dell’edificio era stata nascosta una bomba che sarebbe esplosa se non fosse stato pagato entro sera un riscatto di circa 20.000 euro.

Questo è un campione della mail, che circola in varie versioni:

There is the bomb (tronitrotoluene) in the building where your business is located. My recruited person constructed an explosive device under my direction. It has small dimensions and it is hidden very well, it is impossible to damage the supporting building structure by my bomb, but there will be many wounded people if it detonates.

My man is controlling the situation around the building. If any unnatural behavior, panic or emergency is noticed he will power the device.

I want to suggest you a deal. You send me $20’000 in Bitcoin and the bomb will not detonate, but do not try to fool me -I warrant you that I have to call off my man solely after 3 confirmations in blockchain network.

My payment details (Bitcoin address)- 149oyt2DL52Jgykhg5vh7Jm10pdpfuyVqd

You must pay me by the end of the workday. If the working day is over and people start leaving the building explosive will explode.

This is just a business, if I do not see the money and the bomb detonates, next time other commercial enterprises will send me a lot more, because this is not a single incident. I wont enter this email. I check my Bitcoin wallet every 40 min and after seeing the payment I will order my mercenary to leave your district. If an explosion occurred and the authorities see this letter:
we arent a terrorist society and do not assume responsibility for explosions in other places.

Stavolta, però, le cose sono andate ben diversamente: a quanto risulta finora, nessuno ha pagato e tutti gli enti coinvolti hanno avvisato le autorità, che poi hanno evacuato e setacciato gli edifici, senza trovare nulla. L’ultimatum è scaduto e non è successo nulla, a conferma del fatto che si trattava di una finta.

Il consiglio delle forze dell’ordine, per chi dovesse ricevere questa mail di estorsione, è non rispondere, non tentare di contattare il mittente, non pagare e invece contattare appunto la polizia, senza cancellare la mail di ricatto, perché al suo interno ci sono dati tecnici che consentiranno probabilmente agli investigatori di risalire all’incosciente autore di questa estorsione internazionale.

Incosciente perché se le autorità tendono, per mancanza di risorse, a dover chiudere un occhio su estorsioni private, come quella della mail riguardante le visite ai siti a luci rosse, di certo non lo fanno per chi si rende colpevole di falsi allarmi bomba che sconvolgono l’ordine pubblico. Questo nuovo aspirante ricattatore avrà ora alle calcagna le polizie di mezzo mondo.

Lo sa bene George Duke-Cohan, un diciannovenne britannico che è stato condannato a tre anni di carcere per aver inviato allarmi bomba via mail a centinaia di scuole nel Regno Unito e negli Stati Uniti e persino a un aereo di linea in volo. Pensava di far parte di un potentissimo gruppo di hacker sovversivi, che si faceva chiamare la Squadra di Apophis, e invece è stato identificato e arrestato nel giro di pochi giorni.

Questo diciannovenne faceva queste cose perché desiderava ossessivamente l’attenzione dei suoi seguaci nei social network, senza pensare agli effetti dei suoi gesti. Dalle nostre parti, senza arrivare alle estorsioni e agli allarmi bomba di massa, altri irresponsabili mandano via Internet insulti, minacce e provocazioni per ottenere il plauso dei propri follower, come si chiamano ora i seguaci. Ma è opportuno ricordare che anche su Internet le azioni hanno conseguenze. Forse sarebbe ora di insegnarlo. E di impararlo una volta per tutte.
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“Report” e le auto elettriche

17 de Dezembro de 2018, 21:06, por Il Disinformatico

La puntata di Report su Raitre stasera si è occupata dell’infiammabilità delle batterie al litio presenti nelle auto elettriche.

Vorrei ricordare, per completezza, che le batterie al litio non esistono solo nelle auto elettriche: sono presenti in tutti i telefonini, tablet e laptop, oltre che negli aspirapolvere a batteria, nei Roomba, nei monopattini elettrici, nelle bici elettriche, nei trapani cordless e in tanti attrezzi elettrici senza cavo d’alimentazione. Quindi se dobbiamo fare panico intorno alle batterie al litio, allora forse dovremmo impanicarci per il dispositivo incendiabile che abbiamo nella borsetta o che abbiamo stivato in aereo o per quello che scorrazza per casa mentre noi siamo fuori o sta sotto i piedi del nostro bambino.

Oppure dovremmo semplicemente imparare a valutare il rischio in base a criteri meno cavernicoli della maggiore o minore familiarità. Dovremmo piantarla di pensare che quello che non conosciamo è pericoloso perché non lo conosciamo, mentre quello che conosciamo da tempo è sicuro.

Questo errore di valutazione ci fa dimenticare il fatto che circoliamo costantemente a bordo di auto a pistoni che sono piene di carburante istantaneamente infiammabile. Ci fa sembrare normale che lungo le nostre strade e le nostre ferrovie circolino enormi serbatoi su ruote strapieni di liquidi o gas infiammabilissimi. Ci fa sembrare normale tenere in casa delle bombole di gas infiammabile. E ci fa invece preoccupare degli incendi delle auto elettriche, dimenticando di considerare che bruciano sì a lungo e sono impegnativi da spegnere, ma si innescano e si sviluppano più lentamente e quindi danno più tempo agli occupanti di mettersi in salvo rispetto a un’auto a benzina.

Detto questo, guardate pure Report. Forse lo farete con occhi diversi.

Le batterie agli ioni di #litio rischiano di incendiarsi, ma è possibile renderle più sicure. Oppure, l'alternativa c'è. #AnteprimaReport #Report pic.twitter.com/2vzQwN3ptF
— Report (@reportrai3) December 17, 2018


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Mi è arrivata la targa da nerd

17 de Dezembro de 2018, 13:08, por Il Disinformatico

Ho finalmente trovato il tempo di andare a ritirare e installare la targa personalizzata per ELSA, la mia piccola auto elettrica, e per Petula, la mia auto a benzina (hanno la stessa targa trasferibile). Ne avevo parlato in un articolo precedente: le sue prime quattro cifre sono un omaggio alla Serie Classica di Star Trek (l’astronave Enterprise è la NCC-1701).

Oggi le ho ritirate, restituendo le vecchie: tempo necessario, dieci minuti in tutto, comprese le carte grigie (carte di circolazione) nuove. Basta andare alla Sezione della Circolazione, presentare i documenti, togliere le vecchie targhe, montare le nuove (sono a incastro), e il gioco è fatto.


— Paolo Attivissimo (@disinformatico) December 17, 2018




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