Si è parlato molto dei recenti problemi dell’FBI nello sbloccare l’iPhone di un terrorista, e questo ha creato una diffusa impressione che gli inquirenti siano sistematicamente beffati dalle protezioni offerte dalle tecnologie digitali. Non è sempre così, e una vicenda che arriva dal Regno Unito lo mostra chiaramente.Junead Khan, un venticinquenne di Luton, ha ricevuto la visita di due dirigenti dell’azienda dove lavorava come autista addetto alle consegne. I due gli hanno chiesto chiarimenti sui suoi spostamenti e sulla sua presenza durante l’orario di lavoro e Khan ha risposto tirando fuori il proprio iPhone e dandolo in mano ai due interlocutori per mostrare loro il registro delle proprie attività.
Ma a questo punto i due interlocutori hanno rivelato di essere agenti di polizia in borghese e si sono tenuti il telefonino, che Khan aveva ovviamente sbloccato, e ne hanno disattivato subito il blocco. Khan era infatti sospettato di attività di preparazione di atti di terrorismo e secondo gli inquirenti la perizia sul suo smartphone ha rivelato documenti e informazioni che hanno confermato questo sospetto e hanno portato alla sua condanna insieme a un complice.
In altre parole, non c'è stato bisogno di ricorrere a backdoor o all’imposizione di crittografia debole per superare le difese dell’aspirante terrorista: è bastata un po’ di astuzia vecchio stile. Come al solito, l’anello più debole della catena di sicurezza è l’utente.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.





