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Disinformatico

September 4, 2012 21:00 , von profy Giac ;-) - | No one following this article yet.
Blog di "Il Disinformatico"

Soluzione al quiz sulla Stazione Spaziale Internazionale “bruciacchiata”

August 14, 2016 11:58, von Il Disinformatico

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ALLERTA SPOILER: Se non volete guastarvi il divertimento di partecipare a un quiz investigativo scoprendone subito la soluzione, non leggete oltre. Siete stati avvisati.


Ieri ho pubblicato un quiz semiserio che ipotizzava la scoperta di tracce di un incendio tenuto segreto a bordo della Stazione Spaziale Internazionale sulla base di foto come questa:


La soluzione, azzeccata in tutto o in parte da parecchi lettori (ai quali faccio i miei complimenti), è questa: ovviamente non c’è stato nessun incendio segreto a bordo, ma la ragione delle “bruciature” è fornita dalla NASA qui proprio con riferimento a quest’immagine datata 2010. Si tratta dell’“effetto del vuoto e dell’ossigeno atomico sui filati e sul sigillante dei filati utilizzati nella copertura termica”, secondo l’astronauta Doug Wheelock.

L’ossigeno atomico è quello dell’atmosfera terrestre, che alla quota di circa 400 km alla quale orbita la Stazione è tenuissima ma non nulla. In altre parole, la Stazione non vola nel vuoto assoluto e quindi incontra gli atomi e le molecole dell’atmosfera, tant’è vero che a lungo andare perde quota a causa dell’effetto frenante che ne deriva e ha bisogno di essere riportata in quota dalla spinta dei motori di manovra.

Questo ossigeno è chiamato atomico non perché ci si possono fare bombe nucleari o perché è radioattivo, ma semplicemente perché la radiazione ultravioletta che proviene dal Sole scinde le normali coppie di atomi di ossigeno, creando atomi solitari (ossigeno monoatomico): in altre parole, si tratta di O, non di O2, come spiegato qui.

Appurato che la “bruciatura” è un’ossidazione prodotta dalla reazione del materiale della copertura del portello con l’ossigeno atomico, come mai è così localizzata? Non dovrebbe essere uniforme? In realtà no: l’ossigeno colpisce maggiormente le superfici della Stazione che sono frontali rispetto alla direzione di volo (le altre superfici sono schermate da quelle antistanti), e quel bordo della copertura è appunto rivolto nella direzione di volo abituale della ISS, come si vede in questo video, in particolare da 16:00 in avanti:



La copertura si trova sul portello della camera di compensazione (airlock) denominata Quest, la cui parte cilindrica sporge sul lato destro (nel senso di volo) della ISS, come indicato dalla freccia qui sotto:




In quest’altra foto si vede l’intero complesso della Quest. Le frecce indicano la direzione di volo abituale della Stazione.



Ulteriore conferma di questo fenomeno arriva dal libro Handbook of Environmental Degradation of Materials, di Myer Kutz, che nella sezione 23.3 parla proprio degli effetti dell’ossigeno atomico sui polimeri e in generale sui componenti dei veicoli spaziali e sulla copertura isolante multistrato (MLI, Multi-Layered Insulation), come segnalato su Collectspace.com. L’effetto si nota anche in altri punti del rivestimento isolante della Stazione ma è particolarmente vistoso sul modulo Quest perché è uno dei più vecchi (fu installato nel 2001) e quindi è rimasto esposto più a lungo al contato con l’ossigeno atomico dell’atmosfera.

Insomma, nessuna cospirazione, ma una chicca probabilmente sorprendente (non tutti sanno che la Stazione non vola nel vuoto vero e proprio) e una dimostrazione di quanto sia facile costruire spiegazioni cospiratorie se non ci si documenta o non si è competenti nella materia. Grazie di aver giocato!

Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



SpaceX azzecca l’atterraggio ancora una volta

August 14, 2016 3:05, von Il Disinformatico

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Poco fa SpaceX è riuscita di nuovo, per la quarta volta, a effettuare un atterraggio perfetto del primo stadio di un lanciatore Falcon 9 sulla nave Of Course I Still Love You nell’Oceano Atlantico. Il rientro controllato è avvenuto durante una missione commerciale destinata a collocare in orbita geostazionaria un satellite per telecomunicazioni della serie JCSAT. Il lancio è stato trasmesso in streaming in diretta, dedicando la trasmissione a Kenny Baker, l’attore di Star Wars scomparso ieri.

Questo lancio era particolarmente impegnativo dal punto di vista del recupero del primo stadio perché arrivare all’orbita geostazionaria, a 36.000 km dalla Terra, richiede una velocità e una spinta molto più elevate rispetto al piazzamento di un satellite in orbita bassa (per esempio per portare una capsula Dragon alla Stazione Spaziale Internazionale) e quindi resta pochissimo propellente residuo per l’accensione di frenata e quella di atterraggio.

Solo tre anni fa, quando SpaceX effettuava i primi test di decollo e atterraggio con il prototipo Grasshopper, i concorrenti nell’industria aerospaziale deridevano questi tentativi del nuovo arrivato dicendo che un rientro controllato non era possibile e comunque non era conveniente. Ora i concorrenti ridono un po’ meno.

La fattibilità di un lancio commerciale con rientro controllato del primo stadio è stata ripetutamente dimostrata: resta adesso da dimostrare che un razzo rientrato sia riutilizzabile e che lo sia a costi inferiori rispetto a un razzo usa e getta. Vari Falcon 9 che hanno già effettuato una missione sono già stati riaccesi ripetutamente tenendoli vincolati a terra e dimostrando che il motore e la struttura sono ancora in grado di reggere le sollecitazioni di un riutilizzo. La prossima tappa è un lancio di un vettore che ha già volato: il probabile committente disposto a impegnare un satellite in questa nuova fase di sperimentazione è SES.
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Addio, R2D2. Kenny Baker, 1934-2016

August 13, 2016 15:53, von Il Disinformatico

Autore sconosciuto.

È morto Kenny Baker, l’attore che interpretò il robottino R2D2 (C1P8 per i nostalgici italofoni) nella trilogia originale di Star Wars (Guerre Stellari, l’Impero Colpisce Ancora, Il Ritorno dello Jedi) e nei suoi tre prequel, creando uno dei personaggi più memorabili della fantascienza. Aveva recitato in molti altri ruoli (Willow, Labyrinth, Amadeus, Time Bandits), ma paradossalmente verrà ricordato per quello nel quale era completamente invisibile.

Addio, Kenny, e grazie. Come ha scritto Mark Hamill (Luke Skywalker) in suo tributo, lui era il droide che stavamo cercando.

Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



Mi hanno chiesto di rimuovere un articolo per diritto all’oblio. A malincuore l’ho fatto

August 13, 2016 14:58, von Il Disinformatico

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Ho un caso personale da raccontare a proposito del diritto all’oblio, la controversa norma europea del 2014 (in vigore in Italia da maggio 2016) che in sintesi consente a una persona di richiedere la deindicizzazione dai motori di ricerca (in particolare Google, che ha una FAQ) di un’informazione che la riguarda se è lesiva e se il danno che quest’informazione le causa è prevalente rispetto al diritto dei cittadini di esserne informati.
Ovviamente sono subito nati metodi per abusare di questo diritto e per eluderlo, creando intorno a chi ricorreva alla norma un effetto Streisand che paradossalmente riportava alla notorietà chi invece voleva svanire nell’oblio. Ne avevo dato alcuni esempi qui nel 2014.

In linea di principio sono contrario a questa norma proprio perché è inefficace (troppo facile da eludere per un utente competente) e rischia di essere un comodo paravento per le malefatte di personaggi che invece non dovremmo mai dimenticare. Ma soprattutto mi puzza di censura orwelliana.

Provate infatti a immaginare se il diritto all’oblio si applicasse alla carta stampata. Andreste in un archivio di un giornale a cercare gli articoli che parlano di una persona e trovereste, al loro posto, un grosso buco ritagliato con le forbici. Come vi sentireste? Deindicizzare un articolo da Google è come sforbiciare un articolo da un giornale: non esiste più, non è più leggibile, e non potete neanche sapere che cosa diceva. Anzi, non sapete neanche che è mai esistito. Con il calo dei lettori dei giornali e il boom delle notizie lette in Rete, la presenza o l’assenza online di una notizia conta più di quella cartacea.

Tutto questo è teoria: ma la pratica è sempre un po’ diversa. Qualche mese fa un avvocato mi ha contattato telefonicamente e via mail, chiedendomi di eliminare un mio articolo nel quale si parlava di una persona. Quello che avevo scritto, ha spiegato, era datato (l’articolo riguardava fatti di più di dieci anni fa) e a suo avviso causava gravissimi danni all’immagine e alla reputazione della persona assistita, dato che l’articolo era fra i primi risultati che comparivano in Google digitando il nome della persona. La richiesta dell’avvocato si basava appunto sul diritto all’oblio (scusatemi se sono molto vago e non fornisco dettagli, ma vorrei evitare appunto l’effetto Streisand che citavo prima).

Più precisamente, mi si chiedeva di eliminare uno specifico link (quello che portava all’articolo) o di deindicizzarlo oppure di rimuovere il nome della persona dall’articolo. Tre richieste assurde dal punto di vista tecnico:

– eliminare il link non ha molto senso: l’articolo è linkato non solo nei miei blog e siti, ma anche in molti altri di terzi, sui quali non ho alcun controllo, e comunque anche se quei link venissero eliminati Google indicizzerebbe comunque il mio articolo.

– deindicizzare un link da Google non dipende da me: è ovviamente compito di Google.

– togliere il nome della persona dall’articolo non otterrebbe comunque il risultato desiderato, perché il testo dell’articolo e soprattutto il suo URL, che contiene il nome della persona permetterebbero comunque di identificarla facilmente.

Oltre alle questioni tecniche, però, c’era la questione di principio. In sostanza, un avvocato stava chiedendo a un giornalista di censurare un articolo. E il giornalista in questione ero io: un conto è sentenzare in astratto, un altro è trovarsi di fronte alla realtà concreta. Ci ho pensato su un paio di settimane.

Poi, a malincuore, ho risposto offrendomi di cancellare l’articolo indicato dal link e spiegando che le richieste originali erano tecnicamente impraticabili o inefficaci. Ho chiesto però di ricevere una lettera formale di richiesta (firmata e su carta intestata). Contemporaneamente ho messo in guardia contro l’inevitabile effetto Streisand: togliendo il mio articolo, che faceva il più obiettivamente possibile il punto della situazione e ridimensionava accuse pesanti fatte alla persona in questione, Google avrebbe probabilmente fatto emergere in cima ai propri risultati altre copie del mio articolo oppure altre citazioni degli articoli di giornale sui quali mi ero basato: citazioni magari ostili, parziali e fuorvianti. Insomma, la richiesta rischiava di essere un autogol.

L’avvocato ha riferito le mie osservazioni alla persona assistita, che ha confermato di voler chiedere comunque la cancellazione della pagina. Così ho rimosso l’articolo.

Sapete bene che in altri casi non sono stato conciliante (ricorderete le diffide e le denunce mandatemi da Giulietto Chiesa e da vari direttori dei giornali che coglievo a pubblicare bufale, cordialmente cestinate), ma stavolta ho valutato che non valeva la pena di sostenere il rischio e il costo di un’eventuale azione legale per difendere un articolo di più di dieci anni fa, che non era ormai di interesse per nessuno se non per la persona direttamente coinvolta. Per le balle di Giulietto o di Repubblica o del Corriere sì, eccome, perché sono bufale socialmente pericolose, ma non per una storia diventata ormai irrilevante.

Vi racconto tutto questo perché secondo me è un buon esempio di come funziona o non funziona, in concreto, il diritto all’oblio, e perché volevo mostrarvi i dilemmi concreti che comporta. E poi qualcuno mi verrà a chiedere come mai quell’articolo è sparito e vorrei avere già pronta una spiegazione esauriente da dargli. Eccola.

Fra l’altro, ho per le mani un’altra richiesta di applicazione del diritto all’oblio, assai diversa da questa, che riguarda un altro mio articolo. Ma questa è un’altra storia, che vi racconterò non appena l’avrò dipanata e risolta.

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Quiz: perché la Stazione Spaziale Internazionale è bruciacchiata?

August 13, 2016 10:33, von Il Disinformatico

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Guardate queste foto (autentiche, non ritoccate) delle attività extraveicolari effettuate a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Avete notato l’alone annerito intorno al portello di uscita e d’ingresso degli astronauti?



Come è spiegabile un fenomeno del genere nel vuoto dello spazio? C’è stato un incendio a bordo della Stazione, come accadde nel 1997 a bordo della stazione russa Mir? È successo qualcosa di grave nella cabina di decompressione e l’hanno tenuto nascosto? Quale altre spiegazioni riuscite a trovare per queste bruciature?

Ovviamente questo quiz è un gioco: non sto proponendo alcuna teoria di complotto, ma voglio mostrare quanto è facile costruire un’accusa di cospirazione credibile presentando in maniera selettiva dei fatti apparentemente anomali e quanto è invece difficile trovare la reale spiegazione dell’apparente anomalia.

In altre parole, questa è una piccola dimostrazione della Teoria della Montagna di M*erda come spiegazione della persistenza di una teoria di complotto: son capaci tutti di farla facilmente, mentre pulirla è una faticaccia e comunque la puzza rimane.

Dilettatevi a investigare nei commenti: pubblicherò la mia soluzione domani (14 agosto).
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