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Disinformatico

September 4, 2012 21:00 , von profy Giac ;-) - | No one following this article yet.
Blog di "Il Disinformatico"

SpaceX esamina il razzo riciclato

January 16, 2016 14:09, von Il Disinformatico

Immagine tratta da uno dei
tentati atterraggi su chiatta.
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Elon Musk ha tweetato che il primo stadio del lanciatore Falcon 9, recentemente tornato a terra dallo spazio con un atterraggio verticale senza precedenti, è stato sottoposto a un’accensione dei motori sulla rampa di lancio, e che “i dati complessivamente sembrano buoni ma il motore numero 9 ha rivelato delle fluttuazioni di spinta”. Ha poi aggiunto che “forse si è verificata un’ingestione di detriti” in questo motore, che è uno di quelli esterni della rosa di nove che stanno alla base del primo stadio.

Il test, stando a NasaSpaceflight, è avvenuto ieri. La stessa fonte dice che dopo l’atterraggio sono state effettuate alcune riparazioni allo stadio presso l’hangar al Kennedy Space Center, ma probabilmente si tratta di interventi minori, visto che l’intento di effettuare il test di accensione è stato annunciato pochi giorni dopo il rientro. L’accensione è stata effettuata alla rampa 40, non alla storica rampa 39 (quella dei lanci Shuttle e Apollo) come previsto inizialmente.

Domenica (domani) alle 18:42 UTC verrà lanciato un nuovo vettore Falcon 9, che tenterà di nuovo un atterraggio su una chiatta nell’Oceano Pacifico.


Fonti aggiuntive: The Register.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



La Stampa ruba un articolo al New York Times. E lo traduce pure con i piedi

January 16, 2016 7:47, von Il Disinformatico

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Se foste voi a prendere un articolo di un giornale e ripubblicarlo pari pari, senza neanche un accenno alla fonte, verreste additati come ladri, violatori del diritto d’autore, affossatori del legittimo lavoro delle redazioni dove la gente si guadagna da vivere con il sudore della fronte e le dita sulla tastiera.

Se poi prendeste questo articolo rubato e gli schiaffaste su un bel logo Creative Commons per dire “prendete e mangiatene tutti, siamo generosi, moderni e cool”, i tesserati dell’Ordine dei Giornalisti vi apostroferebbero probabilmente come anarchici che commettono un esproprio proletario prendendo il lavoro altrui, svilendone il valore e distribuendolo abusivamente alle masse, come quegli sfigati di Wikipedia che col Creative Commons hanno ammazzato i venditori di enciclopedie. Seguirebbero lettere di avvocati e richieste di risarcimento spezzagambe. Perché il copyright è una cosa seria e il giornalismo è un mestiere sacro.

Ma se lo fa La Stampa, allora va bene?

Guardate questo articolo de La Stampa, intitolato Un “vulcano” largo più di 50 mila chilometri, pubblicato nella sezione Tuttoscienze. Non nella sezione Oroscopi o nella sezione Chi ha mostrato le tette questa settimana per farsi conoscere: nella sezione scientifica del giornale, dove ci si aspetta di trovare fatti rigorosi, scienza esatta, le ultime grandi scoperte (se non volete regalare clic a La Stampa, consultate la copia che ho archiviato presso Archive.is).

Già la didascalia della figura, “Il sito Tartaruga Pits sulla dorsale medio-atlantica, composto da tumuli sulfurei e «camino» che sputa fumo”, puzza di copiato e tradotto coi piedi. Davvero un sito in mezzo all’Atlantico si chiama Tartaruga Pits? Metà in italiano e metà in inglese? Lasciamo stare l’italiano traballante del resto della didascalia.

E che dire di quel paragone nel primo paragrafo, “cingendo il globo come la cucitura di un pallone da baseball”? Fra tutti gli sport che possono venire in mente a un giornalista italiano per fare un paragone, proprio l’americanissimo baseball? Non c'è per caso uno sport un po’ più nazionale dove si giochi con un pallone dotato di cuciture? Per non parlare del fatterello che il baseball non si gioca con un pallone.

L’articolo de La Stampa è insomma chiaramente una traduzione, ed è una traduzione fatta con le parti meno nobili dell’anatomia del giornalista quadratico medio. Davvero La Stampa affida articoli a gente che non sa neanche che non si gioca a baseball con un pallone? Questa è la gente che secondo La Stampa dovrebbe spiegarci la scienza.

Il risultato è che la redazione di Tuttoscienze ci propone nel titolo un “vulcano” più largo del diametro della Terra.

Il resto dell’articolo è un bagno di sangue: roba da consumare una matita blu, con figure lasciate in inglese, punteggiatura seminata a caso, unità di misura non convertite (“780 gradi”) e ortografia pseudocasuale (geofisca, i suo i complessi processi, un equipe, eccetera).

Ma soprattutto l’articolo de La Stampa è copiato pari pari da questo articolo del New York Times, intitolato The 40,000-Mile Volcano (archiviato qui su Archive.is). Confrontate i primi tre paragrafi. Questo è l’originale del New York Times:

Picture a volcano. Now imagine that its main vent extends in a line. Now imagine that this line is so long that it runs for more than 40,000 miles through the dark recesses of all the world’s oceans, girding the globe like the seams of a baseball.

Welcome to one of the planet’s most obscure but important features, known rather prosaically as the midocean ridges. Though long enough to circle the moon more than six times, they receive little notice because they lie hidden in pitch darkness. Oceanographers stumbled on their volcanic nature in 1973. Ever since, costly expeditions have slowly explored the undersea world, which typically lies more than a mile down.

The results can make the visions of Jules Verne seem rather tame.


E ora la versione de La Stampa:

Immaginate un vulcano. Ora immaginate anche che il suo «sfiato» principale si estenda su una linea. E poi ancora, immaginate che questa linea corra per circa 65 mila chilometri attraverso gli angoli remoti di tutti gli oceani del mondo , cingendo il globo come la cucitura di un pallone da baseball.

Benvenuti al cospetto di una delle caratteristiche più oscure ma anche più importanti del pianeta. Con un termine alquanto prosaico, parliamo di «dorsali oceaniche». Abbastanza estese da poter circondare la Luna almeno sei volte, queste peculiarità non sono messe mai in grande risalto dagli scienziati, forse perchè riguardano un mondo nascosto nell’oscurità degli abissi. Gli studiosi hanno scoperto la natura vulcanica di queste parti nell’ormai lontano 1973. Da allora costosissime spedizioni hanno seguitato ad esplorare l’universo sommerso, a circa due chilometri di profondità.

I risultati di queste ricerche farebbero apparire le «visioni» di Giulio Verne quanto meno banali.

Il resto dell’articolo de La Stampa è copiato allo stesso modo. Non è questione di ispirazione parallela, di idee spontaneamente convergenti, di due narrazioni della stessa notizia: è proprio copiato. Senza ma e senza se, ma soprattutto senza cervello.

Adesso, infatti, si spiega quel Tartaruga Pits. Non è che un’oceanologa italiana, mentre lavorava nella zona, ha avuto una storia di bollente passione con un collega dagli addominali scolpiti e ha deciso d’immortalarne la memorabile anatomia battezzando così il sito: è la traduzione (a metà) di Turtle Pits. A La Stampa danno lavoro a gente che traduce i nomi propri. Meno male che non è un articolo sul teatro scespiriano, altrimenti ci troveremmo di fronte a una dissertazione sulle opere di Guglielmo Scuotilancia e del suo celebre Villaggetto ambientato in Danimarca.

Leggendo l’articolo originale del NYT si spiega l’assurdità del titolo italiano: il vulcano si estende lungo 40.000 miglia. Non è “largo” 50.000 chilometri. Fra l’altro, 40.000 miglia non sono 50.000 chilometri come scrive La Stampa, ma almeno 65.000; dipende se sono miglia terrestri o marine.

Ciliegina sulla torta, che fa La Stampa? Dopo aver rubato il lavoro altrui ci schiaffa sopra un bel logo Creative Commons, che dice che l’articolo è libero per usi non commerciali ma non sono ammesse opere derivate e bisogna indicarne la paternità. In altre parole: non fate a me quello che io ho fatto agli altri.

Questo, insomma, è il modo in cui oggi a La Stampa qualcuno ritiene di poter fare giornalismo: rubando il lavoro altrui, spacciandolo per proprio, traducendolo col deretano e appiccicandogli una licenza abusiva. Ironia della sorte, questo accade proprio pochi giorni dopo che La Stampa, con gran pompa e orgoglio, ha nominato una “garante dei lettori”, Anna Masera, alla quale potete rivolgervi per “commenti e critiche che riguardano le notizie e gli approfondimenti che il giornale pubblica su carta e su Internet”. Per come conosco Anna, questo sfacelo non è avvenuto di certo con il suo assenso: anzi, se qualcuno voleva sabotare il suo nuovo incarico non poteva far di meglio.

Adesso vediamo come reagirà La Stampa. Accetto scommesse.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



Podcast del Disinformatico del 2015/01/15

January 15, 2016 14:14, von Il Disinformatico

È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di oggi del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!

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Gioca a Jurassic World sull’iPad e spende 5900 dollari

January 15, 2016 9:02, von Il Disinformatico

Giocare a un giochino gratuito e trovarsi in bolletta 4000 sterline (circa 5780 franchi, 5290 euro) è una di quelle esperienze che cementa per sempre il rapporto padre-figlio. È quello che è successo in Inghilterra a Mohamed Shugaa, che vive nel West Sussex, che ha scoperto che suo figlio Faisall, di sette anni, aveva memorizzato le sue password dell’iPad e del suo Apple ID e li aveva usati per giocare a Jurassic World, facendo in tutto 65 acquisti all’interno del gioco gratuito nel corso di cinque giorni a dicembre scorso, senza rendersi conto che i Dino Bucks, i soldi virtuali usati nel gioco, vengono poi convertiti in soldi veri, per un totale appunto di 4000 sterline.
Il padre sapeva che il figlio era in grado di accedere al suo iPad, ma non era consapevole che Faisall sapesse anche la sua password di Apple ID. Soprattutto si chiede come faccia Apple a pensare che qualcuno possa consapevolmente spendere migliaia di sterline per acquistare dinosauri virtuali e aggiornare un giochino, e non mandi all’utente un avviso o ponga un limite di spesa.

Più in generale, la Federal Trade Commission statunitense ha pubblicato un’infografica (immagine qui accanto) che mette in guardia i genitori su quello che possono fare le app: raccogliere nomi e indirizzi dei bambini, far spendere soldi veri anche se l’app è gratuita, includere pubblicità discutibili, collegarsi ai social network e altro ancora.

Per prevenire queste situazioni conviene prendere alcune precauzioni, come per esempio attivare il sensore d’impronta del dispositivo, se presente; creare un account iTunes separato per il figlio, senza associarlo a una carta di credito e usando invece una tessera prepagata; non mostrare le proprie password a nessuno, neanche ai familiari; e naturalmente tenere d’occhio l’estratto conto della propria carta di credito.

Per fortuna la disavventura della famiglia Shugaa è finita bene: è riuscito a convincere l’assistenza clienti di Apple ad annullare la fattura, visto il suo importo davvero elevato. Ma non è detto che vada sempre bene, specialmente se la cifra in gioco è meno elevata.


Fonti: Sophos.
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Bimbo dice di sentire le voci di notte in cameretta: stavolta è vero

January 15, 2016 8:29, von Il Disinformatico

Ricordate quando eravate bambini e vi mettevano a letto nella vostra cameretta e nella semioscurità ogni forma sembrava un mostro e faceva paura? Io ero particolarmente ossessionato da una vestaglia appesa dietro la porta della mia stanza: avrei giurato di averla vista muoversi tante volte.

Immaginate ora che vostro figlio venga a raccontarvi che ha paura perché di notte sente delle voci in camera sua. Probabilmente pensereste che se lo sta sognando o che sta manifestando la naturale paura infantile di restare solo. Dev’essere quello che hanno pensato Jay e Sarah, i genitori di un bimbo di tre anni negli Stati Uniti, quando il piccolo ha raccontato che sentiva le voci. Fino al momento in cui le hanno udite anche loro provenire dall’interno della cameretta: Sarah è entrata e ha sentito una voce dire “Svegliati bambino, papà ti sta cercando”.

Possessioni demoniache? No, semplicemente un baby monitor troppo tecnologico e insicuro. Oggi sono molto diffuse le versioni Wi-Fi di questi dispositivi per sorvegliare a distanza i bambini mentre dormono e sentire se piangono o hanno bisogno, e soprattutto vanno di moda le versioni bidirezionali, dove non solo si può vedere e ascoltare il bimbo ma si può anche parlare con lui.

Nel caso di Jay e Sarah, il baby monitor era accessibile da Internet a causa di una configurazione insicura e qualcuno lo ha scoperto (non è difficile) e ha cominciato a chiacchierare con il bambino.

Se avete dispositivi di questo genere, ricordate dunque di cambiare la loro password predefinita e di configurarli in modo che non siano accessibili dall’esterno e tenete aggiornato il loro software di gestione (spesso questi dispositivi vengono venduti con difetti di sicurezza che vengono corretti in seguito). Oppure lasciate perdere le soluzioni hi-tech e procuratevi un baby monitor tradizionale, che funziona via radio e non è così vulnerabile semplicemente perché non consente di parlare al bimbo.


Fonte: KDVR.
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