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September 4, 2012 21:00 , by profy Giac ;-) - | No one following this article yet.
Blog di "Il Disinformatico"

Perché Google Translate traduceva “Russia” con “Mordor”?

January 8, 2016 8:27, by Il Disinformatico

Credit:
Vadim Nakhankov/VKontakte
Fino a pochi giorni fa Google Translate traduceva “Russia” in “Mordor”, la terra del male nel Signore degli Anelli, e faceva altri errori politicamente scottanti se lo si usava per tradurre dall’ucraìno al russo: per esempio, “russi” diventava “occupanti” e il cognome del ministro degli esteri russo Sergey Lavrov diventava “cavallino triste”. Le immagini di questi scivoloni di traduzione sono diventate popolarissime nei social network locali.

Google ha spiegato che si è trattato di errori automatici che ora sono stati corretti manualmente, ma non è stata molto chiara sul meccanismo che li ha prodotti: si è limitata a dire che Translate funziona “senza l’intervento di traduttori umani” e che “la traduzione automatica è molto difficile, perché il significato delle parole dipende dal contesto in cui vengono usate. Questo significa che non tutte le traduzioni sono perfette e che a volte ci saranno errori.” Vero, ma questi errori stavolta sono stati particolarmente specifici e non casuali.

L’ipotesi più plausibile, al momento, è che siano scaturiti dal fatto che Google Translate in realtà non capisce quello che traduce e non attinge a un dizionario bilingue, ma si basa meccanicamente sull'analisi dei testi bilingui che trova su Internet, come spiegato in questo video.

Questo vuol dire che se tanti utenti traducono su Internet una parola o una frase nello stesso modo, Google presume automaticamente che quella sia la traduzione corretta. In questo caso riferirsi alla Russia chiamandola “Mordor” è, a quanto pare, una consuetudine molto popolare fra i soldati e attivisti ucraìni in seguito all’annessione russa della Crimea e così Google ha attinto a questa pratica.

Se è così, allora non solo Google è innocente, ma non c'è neanche stato un astuto coordinamento da parte di tanti utenti per influire sul funzionamento di Google, come hanno ipotizzato alcuni per analogia con il googlebombing, ossia la prassi di creare tanti link che associano una parola a una specifica pagina Web, in modo che chi cerca quella parola in Google trova come primo risultato quella pagina: per esempio, nel 1999 chi digitava in Google “More evil than Satan himself” (“più malvagio di Satana stesso”) otteneva come primo risultato il sito di Microsoft.

In questo caso, invece, non ci sarebbe nessuna azione coordinata: tutto sarebbe avvenuto spontaneamente a causa del modo in cui funziona Translate. Meglio ricordarsi, insomma, che questi servizi automatici hanno dei limiti molto significativi e possono causare equivoci e situazioni imbarazzanti.


Fonti: Ars Technica, Giornalettismo, BBC, The Guardian.


Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



Il complotto contro le auto elettriche è definitivamente morto: Chevrolet annuncia la Bolt

January 7, 2016 18:12, by Il Disinformatico

La Bolt presentata ieri a Las Vegas.
Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/01/07 21:10.

Vorrei tanto trovare quelli che qualche anno fa andavano in giro a spiegare a tutti, dall’alto della loro paranoia, che c’era un grande complotto per insabbiare l’auto elettrica, che non sarebbe mai arrivata sul mercato per colpa delle lobby petrolifere, degli uomini lucertola e degli influssi nefasti di Saturno. Mi piacerebbe vedere la loro faccia oggi che l’industria dell’auto si sta buttando in massa sulla trazione elettrica. Probabilmente si aggirano fra noi facendo finta di niente, sperando che nessuno si ricordi delle cretinate che hanno detto, un po’ come quelli che ci dicevano che eravamo scemi perché non credevamo alla fine del mondo nel 2012 prevista dai Maya.

Ieri la Chevrolet (no, dico – la Chevrolet, non un piccolo produttore sconosciuto) ha presentato la Bolt, un’auto puramente elettrica a 5 posti che offre 320 chilometri di autonomia a circa 30.000 dollari (dopo le agevolazioni fiscali USA). Sarà in vendita a fine 2016, con una dotazione notevole di funzioni di guida assistita, dal parcheggio al monitoraggio degli angoli ciechi al mantenimento di corsia (notevole lo specchietto interno commutabile in monitor che guarda attraverso la telecamera posteriore). Il sito ufficiale offre altri dettagli.

Ne parlo qui sia perché la presentazione è avvenuta in un luogo più informatico che automobilistico (al Consumer Electronics Show di Las Vegas, fiera tipicamente dedicata all’elettronica di consumo), sia perché sto seriamente studiando la possibilità di passare a un’auto elettrica come unico veicolo per ragioni ecologiche e di pura nerditudine: trovo ridicolo che stiamo ancora andando in giro con auto che vanno a dinosauri morti, buttano fuori gas tossici e hanno pistoni e bielle come una vaporiera dell’Ottocento, quando sarebbe ora di usare intelligentemente elettronica e software per avere una guida e un traffico il più possibile automatizzati e sicuri.

Faccio un inciso e spiego le “ragioni ecologiche”:
  • la mia auto smette di produrre emissioni inquinanti;
  • ho la possibilità di alimentare la mia auto con energia di origine pulita (idroelettrica, qui in Svizzera dove abito);
  • smetto di contribuire alla domanda di petrolio per autotrazione, con tutto l’inquinamento prodotto dalla sua estrazione, produzione e trasporto;
  • smetto di finanziare regimi impresentabili;
  • e faccio tutto questo ora e subito, senza aspettare tecnologie ipotetiche e dal futuro incerto.

So che c'è controversia su quanto sia realmente ecologica un’auto elettrica e in questo senso segnalo queste considerazioni e ricerche: una, due, tre, quattro, cinque, sei.

Per me il limite fondamentale di un’auto puramente elettrica è l’autonomia: i 120 chilometri circa delle utilitarie elettriche finora proposte, insieme ai loro tempi lunghi di ricarica, sono insufficienti per gli spostamenti che faccio (pochi, ma ogni tanto mi capita di dovermi spostare a più di 60 chilometri dal Maniero Digitale e di non poter aspettare ore di ricarica per tornare a casa): dovrei investire in un’auto elettrica come seconda auto e tenerne una a combustione interna per i viaggi lunghi, e questo sarebbe troppo costoso e scomodo (secondo posto auto, seconda immatricolazione, eccetera).

Un’auto elettrica con 320 km di autonomia coprirebbe praticamente tutti i miei spostamenti. L’unica che offriva questo genere di autonomia finora, che io sappia, era la Tesla, che è una meraviglia (l’ho provata ed è stato amore a prima vista, sia pure con i piedi per terra) ma è decisamente al di fuori della portata del mio portafogli. Tesla ha annunciato un modello meno costoso, denominato Model 3, che dovrebbe essere presentato a marzo 2016 ed entrare in produzione nel 2017 con prezzi e prestazioni come quelle della Bolt, ma nessuno l’ha ancora visto.

L’alternativa sarebbe un’auto ibrida: qualcosa che consenta di viaggiare principalmente con trazione elettrica, ricaricata la notte a casa, per gli spostamenti ordinari ma che abbia un motore a combustione interna per i viaggi lunghi occasionali, come la BMW i3 con Range Extender, la Chevrolet Volt/Opel Ampera o la Mitsubishi Outlander PHEV (tralascio volutamente auto come la Prius, che hanno un’autonomia elettrica ridicolmente bassa). Ma la tecnologia ibrida significa abbinare le complessità del motore tradizionale con quelle della trazione elettrica, e i sistemi complessi richiedono manutenzione assidua e sono più fragili, mentre il bello della trazione elettrica è che è semplice e fa a meno di cambio, pompe, valvole, pistoni, cilindri e impianto di lubrificazione (e quello che non c’è non si può rompere). Inoltre con un’ibrida hai la zavorra delle batterie quando vai a benzina e hai la zavorra del motore a benzina quando vai a batteria.

Faccio un altro inciso e prevengo subito le solite considerazioni immobiliste sulle auto elettriche:
  • certo, anche un’auto elettrica inquina quando la fabbrichi: e un’auto a benzina/diesel no? E se l’elettrica mi dura più di una a benzina/diesel perché è più semplice e quindi ne fabbrico di meno?;
  • certo, anche un’auto elettrica inquina se la ricarichi usando energia elettrica da fonti inquinanti: ma l’inquinamento è a punto singolo, in centrale, più gestibile che sparso su centomila tubi di scappamento, ed è lontano dai nasi dei bambini portati a passeggio in città; inoltre se ho un’auto elettrica sono pronto per quando la rete elettrica diventerà meno inquinante, come sta già avvenendo, o sarà basata su fonti energetiche pulite (se non ci sono già dove abito), mentre se ho un’auto a benzina/diesel continuerò imperterrito a inquinare;
  • certo, se tutti avessimo auto elettriche dovremmo costruire nuove centrali: ma potremmo farlo con i trilioni che non spenderemmo più in guerre per il petrolio e con quelli che non spenderemmo per curare le malattie da inquinamento dovute a estrazione, trasporto, raffinazione del petrolio;
  • certo, c’è sempre quello che dice “ma io devo fare 600 km al giorno, con l’auto elettrica è impossibile”: ma è un’eccezione, e se qualcuno deve davvero fare così tanta strada tutti i giorni in auto, forse dovrebbe riconsiderare il proprio stile di vita e di lavoro;
  • certo, si potrebbe aspettare che la tecnologia migliori ancora; ma l’ottimo è nemico del buono, e in qualche modo il mercato va avviato (esempio: i telefonini erano inizialmente enormi e costosi, ma poi la loro diffusione ha fatto crollare i prezzi e migliorare la tecnologia, mica abbiamo aspettato che fossero perfetti, piccini ed economici);
  • certo, si può argomentare che a lungo termine anche l’auto elettrica non è sostenibile: ma scusate, vi sembra che il sistema attuale invece lo sia?

La Bolt sembra decisamente interessante: resta per ora la questione dei tempi di ricarica. Secondo il sito ufficiale una ricarica completa (con il caricatore domestico da 240 volt a 32 ampere) richiede ben nove ore, mentre secondo Yahoo Tech ne servono soltanto due e alla colonnina in corrente continua ne basta una e mezza (“According to Chevy, the Bolt can charge from empty on a standard 120-volt outlet in 36 hours. With a 240-volt outlet (the same kind you’d plug a washer or drier into), the Bolt will charge from empty in just two hours. And if you use DC fast charging, you can charge the car in an hour and a half.”). A parte la discrepanza enorme sui tempi di ricarica completa, si tratta in ogni caso di una situazione accettabile per l’uso da pendolari ma piuttosto punitivo per i viaggi lunghi rispetto alle auto a combustione interna e anche rispetto alle attuali Tesla (che presso i Supercharger hanno ricarica piena in un’ora, quindi non molto meno della Bolt, ma in compenso con quella ricarica fanno circa 500 chilometri).

Quello che è certo è che il mercato delle auto elettriche di largo consumo si sta aprendo e l’industria dell’auto sta cambiando con una velocità davvero sorprendente: nel giro di pochi anni siamo già arrivati all’auto elettrica per il consumatore medio, proposta da una grandissima casa automobilistica (la Chevrolet, santo cielo, che non ha mai brillato per inventiva e ricerca estrema).

C’è, secondo me, una speranza concreta che i nostri figli vivano in città meno rumorose e congestionate e respirino aria meno inquinata. E questo succede grazie al progresso tecnico e alla fatica di scienziati e ingegneri, non grazie alle catene di Sant’Antonio inoltrate via Facebook dagli attivisti in pantofole. Fonti: Wired, Jalopnik, Electrek, Ars Technica.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



Kindle Previewer su OS X El Capitan non funziona? Risolto

January 6, 2016 19:47, by Il Disinformatico

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Amazon offre un software gratuito di conversione da EPUB a MOBI, Kindle Previewer, che fa tutto in automatico, verifica la conformità con gli standard di Kindle e offre l’anteprima in emulazione di vari dispositivi Kindle. Molto comodo, ma ha il difetto non trascurabile (perlomeno nella versione corrente, la 2.94) di non funzionare assolutamente sotto OS X El Capitan perché Amazon ha sbagliato la sua configurazione.

Ho speso un bel po’ di tempo oggi a cercare la soluzione a questo problema, per cui la pubblico qui, caso mai servisse a qualcun altro.

Per prima cosa occorre installare Java, se non è già installato, e anche X11 (XQuartz). Occorre riavviare OS X. Poi si installa Kindle Previewer.

Terminate queste installazioni, si va nella cartella Applications, si fa clic destro su Kindle Previewer.app, si sceglie Show Package Contents e si apre con un editor di testo (TextEdit va benissimo) il file Contents/MacOS/Launcher all’interno del pacchetto dell’applicazione.

Questo file va modificato in modo che punti al path corretto di Java. Questa è la mia versione, con le righe aggiunte/modificate in grassetto:

#!/bin/sh

dir=`dirname "$0"`
cd "$dir"
classpath=./:./lib/touchLibs/etc/fonts/fonts

for i in `ls ./lib`
do
    classpath=$classpath:./lib/$i
done

export DYLD_LIBRARY_PATH=.

export JAVA_HOME=$(/usr/libexec/java_home -v 1.6*)

# start the previewer
fileExtT=`echo $1 | awk -F. '{print $NF}'`
fileExt=`echo $fileExtT | tr '[:upper:]' '[:lower:]'`

if [ "$fileExt" == mobi -o "$fileExt" == azw3 -o "$fileExt" == epub -o "$fileExt" == opf -o  "$fileExt" == html -o  "$fileExt" == zip ]
then
    # opens only the first book in command line.  TODO: handle multiple books in command line
    ${JAVA_HOME}/bin/java -d32 -XstartOnFirstThread -Dfile.encoding=UTF-8 -cp "${classpath}"  com.amazon.epub.reader.Main "$1"
    exit 1
else
    ${JAVA_HOME}/bin/java -d32 -XstartOnFirstThread -Dfile.encoding=UTF-8 -cp "${classpath}"  com.amazon.epub.reader.Main
    exit 1
fi

Si salva questo file e si lancia Kindle Previewer: se è tutto giusto, parte l’applicazione (non vi preoccupate se l’icona nel Dock scompare dopo l’avvio; ricompare poco dopo), sulla quale si può trascinare il file EPUB da convertire (si può anche scegliere l’interfaccia in italiano).

Se il file EPUB viene convertito correttamente perché non contiene errori di sintassi o incompatibilità, si ottiene un’anteprima grafica dell’aspetto che avrà l’e-book sui vari dispositivi: Kindle Fire, DX, Kindle per iPhone e iPad. Ta-da!
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Debutta l’Almanacco dello Spazio

January 6, 2016 11:07, by Il Disinformatico

Vi piacerebbe avere un libro in italiano che, giorno per giorno, vi racconta gli eventi spaziali e astronomici avvenuti in quel giorno, con le chicche, le immagini rare e le curiosità di ciascun evento? Magari in formato digitale, così potete averlo sempre con voi e consultarlo facilmente?

Se la vostra risposta è sì, forse ho qualcosa per voi. Sto scrivendo un e-book di questo genere, intitolato Almanacco dello Spazio, che fa proprio quello che ho descritto sopra. La bozza è scaricabile liberamente cliccando qui.

L’Almanacco non è protetto contro la copia; anzi, è liberamente distribuibile e copiabile secondo la licenza Creative Commons inclusa nel testo. Chiedo solo che venga rispettato il mio diritto legale di essere riconosciuto come autore.

Se vi state chiedendo perché sto scrivendo un almanacco di questo genere, la risposta è che sono da sempre appassionato di storie dello spazio e vedo passare quotidianamente i vari anniversari degli eventi spaziali senza che ne rimanga una traccia organizzata, per cui ho pensato di crearmene una personale. Poi mi sono detto che magari questa struttura ad almanacco, con almeno una storia da raccontare per ogni giorno dell’anno, poteva interessare anche a qualcun altro e ho deciso di condividerla. Tutto qui: non ho pretese enciclopediche.

Per ora in questa edizione trovate i fatti essenziali avvenuti nei vari anni a novembre, dicembre e gennaio e qualcosina riguardante gli altri mesi (circa 280 voci in tutto): nelle versioni successive ciascuno degli eventi delineati verrà ampliato man mano fino a diventare un breve racconto vero e proprio, sempre basato rigorosamente sui fatti, per celebrare il coraggio e l’ingegno di tutti coloro che in un modo o nell’altro hanno contribuito a costruire quest’avventura incredibile e infinita che è l’esplorazione del cosmo.

Buona lettura.

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Lutto nel mondo Linux: morto Ian Murdock, padre di Debian

January 6, 2016 6:15, by Il Disinformatico

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Ian Murdock, creatore della distribuzione GNU/Linux Debian, è morto a 42 anni in circostanze al momento poco chiare. L’annuncio è stato dato da Ben Golub della Docker, l’azienda startup dove Murdock lavorava da circa un mese.

Murdock aveva dato uno scossone al mondo Linux nel 1993, quando aveva fondato Debian (Deb per Debra, sua ragazza all’epoca, e ian per ovvie ragioni) e scritto un manifesto per smuovere dall’apatia e dalla corsa al denaro gli sviluppatori delle varie distribuzioni di Linux, creando le definizioni di base del movimento open source e diventando in seguito il direttore tecnico della Linux Foundation. La sua distro è considerata una delle più pure e aderenti ai principi ispiratori del software libero.

Le cause del decesso non sono state rese note ma non sono ritenute sospette. Tuttavia risulta che lunedì scorso Murdock ha scritto online un messaggio che sembrava indicare un intento suicida (“I'm committing suicide tonight…do not intervene as I have many stories to tell and do not want them to die with me #debian #runnerkrysty67”). Inoltre aveva riferito di aver avuto un confronto ostile con la polizia di San Francisco, che dice che a tarda sera di sabato 26 aveva ricevuto la segnalazione di un uomo che tentava di entrare con la forza in un’abitazione. L’uomo, dice la polizia, era Murdock, che aveva bevuto e aveva opposto resistenza aggredendo gli agenti. Era intervenuto un medico, che aveva curato un’abrasione alla fronte di Murdock, che era stato poi rilasciato per andare in ospedale. Ma qualche ora dopo (alle 2.40 locali) la polizia è stata chiamata nuovamente perché Murdock stava picchiando alla porta di un vicino nella stessa zona di prima. La polizia lo ha portato in cella; Murdock è stato rilasciato il giorno dopo su cauzione ed è morto il giorno successivo.

La comunità Debian ha pubblicato un annuncio qui, con le istruzioni per l’invio delle condoglianze.


2016/01/01 14:00.
SFBay ha pubblicato un resoconto degli eventi e parla di un probabile suicidio dopo un arresto particolarmente turbolento. L'account Twitter di Murdock è stato disabilitato.


2016/01/06 9:15. Ho corretto la grafia di Debra, che avevo inizialmente riportato in modo sbagliato. Grazie della correzione.


Fonti: Ars Technica, The Register.

Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



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