Proposte “antibufale” di Pitruzzella: una buona, due pessime
diciembre 31, 2016 15:26![]() |
| Credit: ignoto al momento. |
Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust italiano, ha rilasciato un’intervista al Financial Times nella quale ha delineato tre proposte di contrasto alla diffusione delle false notizie (o “bufale”). Il FT le riassume dicendo che Pitruzzella propone ai paesi dell’Unione Europea di “costituire enti indipendenti – coordinati da Bruxelles e ispirati al modello delle agenzie antitrust – che potrebbero” fare tre cose:
1. “etichettare rapidamente le notizie false”
2. “toglierle dalla circolazione”
3. “imporre sanzioni se necessario”
Un sunto italiano delle dichiarazioni di Pitruzzella è per esempio sul Sole 24 Ore e su Repubblica (che si concentra soprattutto sul commento polemico di Beppe Grillo). Se vi interessa la mia opinione di debunker di lungo corso, la trovate qui sotto.
1. “etichettare rapidamente le notizie false”: Sì, ma perché farlo solo per Internet? Le bufale mica stanno solo lì
Sono a favore di un sistema che consenta agli utenti di sapere al volo se una notizia che stanno leggendo è considerata attendibile o no. Non è semplice, perché non tutte le notizie si prestano a un debunking netto (“Il politico X ha detto Y” è facile da smentire o confermare, per esempio; “tornare alla lira salverebbe l’Italia” molto meno), ma per molte false notizie è tecnicamente fattibile. Gli strumenti tecnici di verifica esistono già, e ci sono già anche alcune soluzioni informatiche di “etichettatura”, come This Is Fake.
Ma questa etichettatura deve valere per tutta l’informazione digitale, compresa quella delle testate giornalistiche e dei siti web, non solo per quella dei social network, dei blog e dei singoli utenti come sembra proporre Pitruzzella. Perché anche i giornali e i siti web pubblicano false notizie, spesso sapendo di aver omesso il minimo controllo sulle fonti (questo mio blog ne ospita molti esempi) o addirittura sapendo di commettere un falso (il recentissimo caso del Guardian che taglia e rimonta le dichiarazioni di Julian Assange rilasciate a Stefania Maurizi per farlo sembrare un pazzo filo-Putin è emblematico).
Il modello da usare, secondo me, non è quello delle agenzie antitrust, lente e burocratiche, ma quello snello e veloce degli antivirus, che segnalano i siti che disseminano malware. Perché per i virus come per le notizie false, la velocità di reazione è tutto.
Sarei d’accordo, quindi, su una sorta di “bollino” di qualità sulle notizie online: ma che valga per tutti, non solo per alcuni. Altrimenti si difende la casta degli editori e dei malgiornalisti e si incriminano solo i cittadini utenti del Web e dei social network, e questo sarebbe inaccettabile. Le bufale sono un danno sociale, ma i social network non devono essere il capro espiatorio.
2. “toglierle dalla circolazione”: NO. Sarebbe censura
Qui sono completamente in disaccordo con Pitruzzella, per ragioni tecniche ed etiche. Sul piano tecnico, impedire la circolazione in Rete di una notizia (vera o falsa) è semplicemente impraticabile. Non è teoria: abbiamo sotto gli occhi il fallimento pluriennale dei tentativi dell’industria musicale e cinematografica di impedire la circolazione di musica e film. Sappiamo già come va a finire quando si tenta di togliere un’informazione da Internet.
Sul piano etico, un tentativo di “togliere dalla circolazione” va chiamato col suo nome: censura. Dire, come fa Pitruzzella, che si potrebbe “continuare a usare un’Internet libera e aperta” intanto che qualcuno decide di “togliere dalla circolazione” dei contenuti è una contraddizione. Qualunque tentativo di censura richiederebbe forme di sorveglianza di massa assolutamente intollerabili in una società che vuole dichiararsi democratica. Per maggiori dettagli, citofonare Cina.
La censura, inoltre, finirebbe per presentare come martiri i siti che venissero colpiti da provvedimenti per “toglierli dalla circolazione”: essere censurati è il sogno proibito di ogni complottista. È, per lui, la conferma che sta dicendo qualcosa di vero e che fa male ai “poteri forti”.
Al posto della censura, semmai, sarebbe opportuno incoraggiare la pubblicazione di informazioni corrette e verificate. I sostenitori delle “scie chimiche”, per esempio, non si contrastano chiudendo i loro siti: è proprio quello che vogliono per sentirsi eroi dell’aria fritta. È molto meglio pubblicare un buon debunking: i Protocolli dei Savi di Sion e il loro antisemitismo strisciante, per fare un esempio più serio, non si combattono vietandone la circolazione, ma dimostrando che sono dei falsi dilettanteschi.
3. “imporre sanzioni se necessario”: NO. I bufalari di professione se ne fregherebbero, esattamente come fanno oggi gli editori
A prima vista l’idea di multare i siti che diffondono notizie false sembra pratica: colpirli nel portafogli parrebbe un buon deterrente. Ma in realtà una sanzione favorirebbe soltanto i gruppi editoriali e spezzerebbe le gambe alle testate giornalistiche minori, ai giornalisti indipendenti e agli utenti comuni. Sarebbe uno strumento di repressione delle notizie scomode al pari delle “querele temerarie” che già sono una spada di Damocle per molti giornalisti.
Multare Facebook? Non fatemi ridere: Facebook ha ricavi per sette miliardi di dollari a trimestre. Persino una sanzione come quella proposta spettacolarmente in Germania (500.000 euro per post) sarebbero trascurabili per un colosso del genere: l’equivalente, se ho calcolato bene, di nove minuti dei suoi ricavi.
Le sanzioni sarebbero inefficaci anche contro i gruppi editoriali, che spesso addirittura le mettono in preventivo, sapendo che comunque guadagneranno di più di quello che pagheranno di sanzione. Un esempio per tutti: Chi e Novella 2000 (RCS e Mondadori) sono state condannate a marzo 2016 a risarcire 40.000 euro ciascuna per la pubblicazione di foto private di George Clooney ed Elisabetta Canalis. Quanto pensate che abbiano guadagnato con le copie vendute in più grazie alle foto illegali?
Windows 10, niente più Schermo Blu della Morte. Sarà verde
diciembre 30, 2016 6:08
Ci sono notizie che a volte sembrano delle barzellette: Microsoft ha annunciato (tramite Matthijs Hoekstra, Senior Program Manager per la Windows Enterprise Developer Platform) che le versioni Insider di Windows 10 non avranno più il classico, famosissimo Schermo Blu della Morte che caratterizza da tempo immemorabile le schermate di crash di Windows. Non l’avranno perché Windows 10 non andrà più in crash? No, semplicemente la schermata di crash sarà... verde.
Il cambiamento di colore può parere una presa in giro, ma si sospetta che sia basato su intenzioni serie: dato che le versioni stabili di Windows 10 continueranno ad avere la schermata di crash blu consueta, è possibile che il colore differente serva a consentire al supporto tecnico di Microsoft di riconoscere facilmente, anche da immagini a bassissima qualità, la versione di Windows coinvolta e quindi di assegnare la giusta priorità ai clienti.
La versione Insider, infatti, è concepita solo per la sperimentazione e non va usata negli ambienti di produzione: i crash sono attesi e non devono essere un problema per chi la usa.
Per chi sentisse nostalgia dello Schermo Blu della Morte, eccone uno gigante, durante la proiezione di Rogue One. Il bello è che la schermata parla di dump of physical memory in corso, proprio in un film la cui trama è incentrata sul tentativo di scaricare una grande quantità di dati informatici (i piani della Morte Nera).
Altri esempi di Blue Screen of Death o BSOD avvenuti in pubblico, segnalati anch’essi da Bleeping Computer, sono qui su Reddit.
My friend @martysimpson went to see #RogueOne. His theater got the "blue screen of death" and that sucks but I'm sorry this is hilarious. pic.twitter.com/rlCJirlEqL— Brian Linder (@brianonthescene) 27 dicembre 2016
Ransomware, a volte c’è speranza
diciembre 30, 2016 5:38
Il ransomware è una brutta bestia: ne ho parlato spesso in questo blog e ho visto personalmente i danni e le angosce che può causare quando colpisce una piccola o media azienda, magari una di quelle che pensa di essere stata sufficientemente diligente perché fa i backup ogni giorno sul disco di rete (che però viene attaccato e cifrato anch’esso).
È un errore comune: per salvarsi dal ransomware, il backup dovrebbe essere invece su un supporto che viene fisicamente scollegato alla fine dell’operazione di copia.
Ma per fortuna a volte anche i creatori di ransomware fanno errori. Prendete quelli di CryptXXX, uno dei ransomware più popolari di questo periodo, che oltre a cifrare i dati e chiedere un riscatto ruba anche le password. La prima versione è comparsa ad aprile del 2016, ma nel giro di pochi giorni gli esperti di sicurezza hanno approntato uno strumento gratuito di recupero dei dati.
I criminali hanno messo in circolazione un’altra versione, ma anche questa è stata prontamente debellata dagli esperti di Kaspersky. E così i creatori di CryptXXX hanno creato una terza versione, che ha colpito centinaia di migliaia di vittime, generando profitti illeciti per circa 50.000 dollari in meno di due settimane.
Indovinate cos’è successo? Gli esperti hanno da poco reso disponibile Rannoh Decryptor, un nuovo strumento di recupero gratuito che batte anche la terza versione di CryptXXX oltre alle due precedenti. È uno dei tanti rimedi che trovate raccolti presso NoMoreRansom.org.
Ovviamente questo non vuol dire che si possono abbandonare le buone tecniche di prevenzione perché tanto c’è il software che recupera tutto: non tutti i ransomware sono contrastabili in questo modo e spesso lo strumento di recupero arriva giorni o mesi dopo l’attacco, per cui nel frattempo i dati di lavoro restano bloccati e quindi la produzione è costretta a fermarsi.
Tuttavia ci sono dei casi in cui l’attacco del ransomware colpisce dati preziosi che però non è urgente riavere: è il caso, particolarmente crudele, dei computer personali sui quali c’è l’unica copia dei video o delle foto di famiglia. In circostanze come questa può valere la pena di conservare il disco rigido colpito dal ransomware, scollegarlo in modo che non possa essere alterato ulteriormente, e ricollegarlo solo quando diventa disponibile un software di recupero.
Un’ultima raccomandazione: scaricate gli strumenti di recupero soltanto da siti affidabili (per esempio quelli di marche note di antivirus o da NoMoreRansom.org), perché i criminali fabbricano e diffondono anche falsi strumenti di recupero che in realtà infettano chi casca nella trappola.
Fonte: Tripwire.
Se il testimone cruciale di un omicidio è la casa “smart”
diciembre 30, 2016 5:11
Un uomo in Arkansas, James Andrew Bates, è accusato di aver strangolato l’amico, Victor Collins, trovato morto in una vasca da bagno della casa del sospettato a fine novembre 2015. La sua innocenza o colpevolezza dipendono da un testimone molto particolare: la casa stessa, che è un’abitazione “smart” i cui dispositivi digitali interconnessi possono aver registrato dati estremamente importanti.
La casa di Bates è infatti dotata di un dispositivo Echo di Amazon, un apparecchio che risponde ai comandi vocali del proprietario e fa da assistente virtuale: una sorta di Siri o di OK Google, ma senza lo smartphone. I suoi sette microfoni sono molto sensibili e permettono di captare la voce del padrone anche a una notevole distanza dal dispositivo.
Gli inquirenti hanno ordinato ad Amazon di fornire eventuali dati o registrazioni sonore acquisiti dal dispositivo e riguardanti la sera del delitto, perché Echo è sempre in ascolto, in attesa che il padrone pronunci una parola chiave (solitamente è Alexa) e quindi può aver captato, conservato e trasmesso ad Amazon degli spezzoni di conversazioni o dell’audio di casa che potrebbero chiarire la dinamica degli eventi. Va ricordato che Amazon conserva sui propri computer tutti questi spezzoni audio.
In effetti la polizia ha dichiarato di aver estratto dei dati dal dispositivo, senza precisare quali, e Amazon ha fornito agli inquirenti i dettagli dell'account dell’accusato e dei suoi acquisti, ma non ha rilasciato le informazioni che Echo ha registrato sui server dell’azienda.
La casa “smart” è al centro di queste indagini anche per un altro dispositivo: un contatore dell’acqua “intelligente”, che ha registrato l’uso di circa 530 litri d’acqua fra l’una e le tre del mattino del giorno del delitto. Secondo gli inquirenti, questa notevole quantità sarebbe stata usare per lavar via le tracce di quello che era successo dal patio della casa. E sulla scena del delitto ci sono anche altri dispositivi dell’Internet delle cose: un termostato Nest, un sistema d’allarme Honeywell, un dispositivo di monitoraggio senza fili delle condizioni meteo e degli apparati WeMo per il controllo dell’illuminazione. Ciascuno con i propri log di attivazione e spegnimento e con cronologie precise.
Tutti insieme, questi sorveglianti digitali potrebbero decidere la sorte dell’accusato: uno scenario che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascientifico.
Fonti: Cnet, Engadget, The Register, The Information.
Internet ricorda Carrie Fisher
diciembre 30, 2016 2:33La scomparsa improvvisa di Carrie Fisher, la Principessa Leia di Star Wars, ha avuto una risonanza particolare su Internet. La mitologia di Star Wars è parte integrante della cultura della Rete e per tantissimi internauti e internaute la figura della principessa che sa cavarsela da sola invece di essere la solita damigella da salvare è stata un modello di riferimento fondamentale.
Le commemorazioni di Carrie Fisher stanno avvenendo non solo in giro per il mondo, con veglie alla luce delle spade laser, ma anche online, non solo con la pubblicazione di tante magnifiche fotografie e GIF animate tratte dalla carriera dell’attrice e scrittrice ma anche con veri e propri tributi live nei videogiochi.
Nel gioco Star Wars: The Old Republic della BioWare, per esempio, i giocatori si stanno radunando nella zona denominata House Organa (il palazzo del casato della Principessa Leia) sul pianeta Alderann e si stanno inchinando in tributo nell’edificio e anche dinanzi a un simulacro della Principessa creato da un gamer. Questi raduni improvvisati di giocatori e giocatrici provenienti da tutto il mondo sono documentati anche in video.
Intorno a Carrie Fisher sono già nate le prime bufale: per esempio, circola in Rete un’immagine di una pagina di copione de L’Impero colpisce ancora che reca, si dice, le correzioni e i miglioramenti apportati dalla Fisher, che era nota appunto per la sua bravura nella revisione di copioni. Ma in realtà le correzioni in quella pagina sono opera del regista, Irvin Kershner; nella trilogia originale di Star Wars Carrie Fisher contribuì solo ai dialoghi del terzo film, Il Ritorno dello Jedi.
Un'altra bufala circolante in Rete riguarda i fiori lasciati accanto alla stella di Carrie Fisher sul celeberrimo marciapiedi della Hollywood Walk of Fame:
L’omaggio è reale e lo è anche la fotografia, ma la stella non appartiene a Carrie Fisher: è una stella generica adattata al volo dai fan, come si nota dalla scritta molto irregolare. L’attrice, infatti, non aveva una propria stella: farne dedicare una mentre si è in vita costa circa 30.000 dollari, e molte celebrità non tengono affatto a questo simbolo. E per tradizione una celebrità che muore senza avere una stella sulla Walk of Fame non potrà riceverne una per almeno cinque anni dopo la scomparsa.
Alcuni nuovi fan della saga, inoltre, stanno facendo polemica con chi scrive Leila invece di Leia negli articoli commemorativi, perché non sanno che nel doppiaggio italiano della trilogia originale i nomi di alcuni personaggi furono cambiati: da Leia a Leia, da Han Solo a Ian Solo, da Darth Vader a Dart Fener, da R2D2 a C1P8 e da C3PO in D3BO.
Una storia vera che riguarda Carrie Fisher, invece, è che ha chiesto di essere ricordata nei necrologi dicendo che è “annegata nel chiaro di luna, strozzata dal suo stesso reggiseno”, come hanno fatto in molti nell’annunciarne la morte. L’origine della strana richiesta è spiegata nel suo libro Wishful Drinking, a pagina 88:
George [Lucas] viene da me il primo giorno delle riprese [di Star Wars] e mi dice “Non puoi indossare un reggiseno sotto quel vestito [la celebre tunica bianca]... perché nello spazio non si usa la biancheria intima”. Giuro che è vero e che lo dice con così tanta convinzione! ... Ecco perché non puoi indossare un reggiseno secondo George. Vai nello spazio e diventi senza peso. Fin qui va bene, no? Ma poi il corpo ti si gonfia, e il reggiseno no – per cui finisci strozzata dal tuo stesso reggiseno. Credo che questo sarebbe un necrologio fantastico, per cui dico ai miei amici più giovani che non importa come muoio: voglio che venga scritto che sono annegata nel chiaro di luna, strozzata dal mio stesso reggiseno.”
Obbedisco alla mia principessa.
Fonti aggiuntive: Gizmodo, Carrie Fisher su Twitter, Comicbook.com, Snopes.











