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Disinformatico

septiembre 4, 2012 21:00 , por profy Giac ;-) - | No one following this article yet.
Blog di "Il Disinformatico"

L’iPhone ricorda un po’ troppo bene dove siete stati? Fateglielo dimenticare

enero 15, 2016 7:41, por Il Disinformatico

I servizi di localizzazione degli smartphone sono molto utili, ma a volte possono essere un po’ troppo pettegoli e ficcanaso. Per esempio, se li tenete attivi usando le impostazioni standard dell’iPhone, chiunque riesca a mettere le mani per qualche istante sul vostro telefonino (un partner sospettoso, per esempio) può consultare un registro dettagliato dei posti che avete visitato.

Questo registro si consulta andando in Impostazioni - Privacy - Localizzazione - Servizi di sistema (l’ultima voce in fondo) - Posizioni frequenti. Qui si trova una cronologia che elenca le principali città o località che avete visitato, con tanto di data, indirizzo e orario di arrivo e di partenza.

Apple spiega le ragioni di questo tracciamento così: “il dispositivo iOS memorizzerà i luoghi che hai frequentato di recente, la frequenza con cui li hai visitati e la data della tua visita, per individuare le posizioni per te più significative. Tali dati vengono conservati unicamente sul tuo dispositivo e non vengono inviati ad Apple senza il tuo consenso. Verranno usati per fornirti servizi personalizzati, come suggerimenti sugli itinerari.” Niente di male, per carità; l’importante è saperlo e poter decidere se accettarlo o no.

Se questo genere di registro dei posti che avete visitato non vi piace o non vi serve, potete cancellarlo toccando Cancella cronologia in fondo all’elenco dei posti visitati e potete spegnerlo disattivando l’opzione Posizioni frequenti. Questo non altererà il funzionamento delle app che usano le funzioni di localizzazione, come per esempo Mappe o Trova il mio iPhone.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



Antibufala: le celebrità muoiono a gruppi di tre

enero 15, 2016 7:40, por Il Disinformatico

La scomparsa nel giro di pochi giorni di David Bowie e Alan Rickman ha riproposto una delle dicerie più menagramo: quella secondo la quale le persone famose muoiono a gruppi, specificamente a gruppi di tre. C'è sempre qualcuno che lo fa notare, e una volta che l’ha fatto è quasi impossibile fare a meno di notare che è vero. O meglio, sembra vero.

Visto che sembra poco plausibile che le celebrità si mettano d’accordo su quando morire o muoiano per così dire per simpatia o solidarietà, cosa c’è dietro questo fenomeno? Per capirlo bisogna partire dai fatti, come ha fatto qualche tempo fa il New York Times andando pazientemente a compilare le date di decesso delle persone famose nell'arco di quasi venticinque anni, dal 1990 al 2014.

In quel periodo sono morte 449 celebrità e 75 di queste sono morte a distanza di tre giorni l’una dall’altra: una terna di decessi nel giro di cinque giorni è avvenuta soltanto sette volte, che è grosso modo quello che prevede il caso.

Il fenomeno dunque non ha una base reale, però noi lo percepiamo lo stesso, perché tendiamo a ricordare le coincidenze che ci colpiscono emotivamente (come appunto la scomparsa di una persona famosa) e a dimenticare le non coincidenze. In questo caso specifico contano molto anche i criteri di selezione: per esempio, quanti giorni possono passare al massimo fra un lutto e l’altro di una terna? Tre? Cinque? Sette?

E chi decide se una persona è celebre o no? Per esempio, René Angelil, morto a 73 anni il 14 gennaio, era una celebrità? Se il nome non vi è familiare, era il marito di Celine Dion. Il New York Times aveva usato come criterio la lunghezza del necrologio pubblicato dal giornale: chi veniva ricordato con più di 2000 parole era considerato celebre. Ma è chiaramente un criterio arbitrario, che per esempio ha escluso Amy Winehouse.

Il fenomeno, insomma, lo creiamo noi, selezionando inconsciamente i dati e adattando i criteri in modo che i dati diano il risultato voluto; probabilmente è un modo per dare un valore magico, consolatorio, alla scomparsa di persone che hanno avuto un ruolo importante nella vita di molti. Ricordiamocelo la prossima volta che qualcuno tira fuori la storia delle terne di lutti celebri.


Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



Nuove frontiere dell’Internet delle Cose: il termometro rettale “social”

enero 15, 2016 7:33, por Il Disinformatico

So che adesso va di moda condividere tutto e connettere tutto a Internet, e magari sono io che sono troppo all’antica, ma forse c'è un limite che non andrebbe superato: Ditemi voi: è proprio necessario un termometro da collegare al telefonino per condividere la propria temperatura orale, ascellare o rettale?

Secondo la casa produttrice del termometro “smart” Kinsa, sì, è necessario e socialmente utile. Questo dispositivo è una sonda sottile che si collega allo smartphone, che viene usato per visualizzare la temperatura e memorizzarla. I dati raccolti possono essere poi condivisi online tramite un’app gratuita.

Se vi state chiedendo quale sia l’utilità sociale di condividere la propria temperatura personale, Kinsa risponde dicendo che il prodotto offre la possibilità di “vedere cosa circola nel vicinato o nella scuola del tuo bambino”. Francamente faccio fatica a immaginarmi una collettività di genitori che ogni mattina ficca lo smartermometro in bocca al pargoletto e posta online la febbriciattola del giorno, ma con certi genitori esibizionisti e iperprotettivi non si può mai dire.

Un aspetto che ha creato una certa divertita perplessità a proposito del termometro social è il fatto che la sua app chiede accesso alle informazioni di posizione, alle fotografie e soprattutto al microfono dello smartphone. I maliziosi hanno messo in relazione la richiesta del microfono con una delle modalità di utilizzo del termometro, ma in realtà l’accesso al microfono è necessario perché il termometro trasmette i propri dati tramite la presa per cuffie e microfono del telefonino. Benvenuti nell’Internet delle Cose.
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Aggiornamenti di sicurezza per Android: troppo lenti anche con i Nexus di Google

enero 14, 2016 8:21, por Il Disinformatico

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Ci sono dodici falle di sicurezza da turare in Android: cinque consentono l’esecuzione di codice da remoto o l’accesso di root. Una di queste falle, la CVE-2015-6636, consente di iniettare malware nel dispositivo tramite un file, che può essere incluso in una pagina Web, una mail o un MMS, e va corretto con un aggiornamento già disponibile.

L’annuncio di queste falle e dell’aggiornamento disponibile è nel bollettino di sicurezza di gennaio su Android.com, che risale al 4 gennaio (dieci giorni fa). Ma sul mio telefonino Android Nexus 5X, che monta Android 6.0.1 e in teoria dovrebbe ricevere gli aggiornamenti direttamente da Google (è per questo che l’ho scelto), questo aggiornamento è arrivato soltanto stamattina.

È normale: stando alle info di supporto di Google, “possono volerci fino a due settimane” prima che un aggiornamento raggiunga uno specifico dispositivo. Una finestra di vulnerabilità decisamente ampia. E questo è il livello di servizio che ha chi riceve gli aggiornamenti diretti da Google; non oso immaginare quanto a lungo rimane scoperto chi deve dipendere dall’intermediazione del proprio operatore/venditore per gli aggiornamenti. Un aspetto da non trascurare quando si tratta di investire in uno smartphone.

Avrei potuto forzare l’aggiornamento usando una delle varie procedure pubblicate online, ma mi sembra assurdo dover spendere così tanto tempo e risorse mentali per un semplice aggiornamento di uno smartphone. Da questo punto di vista, il mio esperimento con il Nexus di Google è una delusione.

Per chi volesse controllare lo stato di aggiornamento del proprio Android, nella versione 6.0 e successive si va in Impostazioni - Info sul telefono - Aggiornamenti di sistema e in Verifica la presenza di aggiornamenti e in Impostazioni - Info sul telefono - Livello patch di sicurezza.




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Scoperte le onde gravitazionali? Andiamoci piano

enero 14, 2016 6:30, por Il Disinformatico

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Probabilmente avete sentito in giro la “notizia” della presunta scoperta delle onde gravitazionali: le perturbazioni dello spaziotempo che secondo la teoria della relatività generale verrebbero prodotte quando due corpi celesti di grandissima massa, per esempio due stelle di neutroni, si avvicinano ed entrano in collisione. È una previsione di Einstein ancora da confermare e come tale un’eventuale conferma sarebbe roba da Nobel garantito.

Ora si è diffusa la voce che un esperimento, il LIGO (Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory), abbia rilevato queste onde. Ma è soltanto una voce: specificamente, tutto si basa su due tweet del fisico Lawrence Krauss, che ha detto di aver avuto un’indiscrezione anticipata sui risultati del LIGO che confermerebbe l’osservazione delle onde. Krauss stesso ha precisato che è un rumor, ossia una voce, e poi ha aggiunto che la voce è confermata ma che non ha parlato con nessuno dei ricercatori del LIGO.

In altre parole, la credibilità scientifica della “notizia” per ora è zero. Se le onde gravitazionali sono state davvero osservate, lo sapremo per certo quando i ricercatori pubblicheranno un articolo scientifico. Fino a quel momento abbiamo a che fare semplicemente con aria fritta e con l’entusiasmo prematuro di un fisico. Se volete tutti i dettagli, Science ha pubblicato un buon sunto della situazione.


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