Facebook accusata di ascoltare gli utenti per fare pubblicità mirata
Ottobre 31, 2017 17:25
Se vi è capitato di chiacchierare faccia a faccia con gli amici o i colleghi di lavoro a proposito di un viaggio, di un prodotto o di un servizio qualsiasi e poi ritrovare quello stesso viaggio, prodotto o servizio nelle vostre pubblicità di Facebook, non siete i soli ad aver notato questo strano fenomeno.
Molti utenti sospettano che Facebook ascolti le conversazioni attraverso il microfono del telefonino e ne estragga le parole chiave per fare pubblicità mirata. Su Internet si trovano molti video e molte testimonianze di utenti che giurano di non aver mai scritto o cercato online un prodotto molto specifico ma di aver trovato su Facebook la pubblicità proprio di quel prodotto poco dopo averne parlato con gli amici fuori da Internet.
È una percezione talmente frequente e diffusa che di recente Facebook ha pubblicato una smentita ufficiale su Twitter di Rob Goldman, vicepresidente per il settore pubblicità del social network: “Non usiamo, e non abbiamo mai usato, il vostro microfono per le pubblicità. Semplicemente non vero”. Il dubbio, però, circola da alcuni anni nonostante Facebook sia già intervenuta in passato con altre smentite, ed è riemerso anche in seguito a un articolo della BBC (ripreso anche da Gizmodo).
È vero che Facebook in alcuni paesi offre una funzione che accende il microfono quando l’utente scrive un post, ma serve solo per riconoscere l’audio di una canzone che l’utente sta ascoltando o di una puntata di una serie TV che sta guardando, in modo da citarla automaticamente nel post. Comunque questa funzione è volontaria e chiaramente indicata sullo schermo; soprattutto, ribadisce Facebook, non ascolta e non registra le conversazioni.
Inoltre se Facebook captasse l’audio delle conversazioni, questo genererebbe un traffico di dati aggiuntivo dal telefonino verso il social network, per cui è probabile che gli esperti di sicurezza se ne accorgerebbero.
C’è anche da considerare che se Facebook fosse scoperta a compiere una simile sorveglianza di massa non autorizzata, ci sarebbe uno scandalo mondiale che probabilmente sarebbe la fine di questo social network, per cui è molto improbabile che la mega-azienda di Zuckerberg corra questo genere di rischio, soprattutto quando riesce già a profilare in estremo dettaglio gli utenti attraverso quello che scrivono, le foto che pubblicano e i legami con amici e colleghi.
Per esempio, se nel vostro profilo Facebook dite che lavorate presso un’azienda di pelletteria, non c’è da stupirsi se poi vi arriva pubblicità specifica di prodotti come quelli fabbricati dalla vostra azienda, anche se non ne avete mai scritto direttamente su Facebook.
Un’altra spiegazione, più probabile, è che ci sia di mezzo la cosiddetta “illusione della frequenza”: ossia la tendenza naturale della mente a ricordare le informazioni che ci riguardano e scartare il resto. Per esempio, magari Facebook ci manda da sempre, ogni tanto, pubblicità di frigoriferi insieme a tante altre, ma notiamo e ci colpisce quella dei frigoriferi soltanto quando ci capita di averne appena comperato uno.
Sia come sia, questa paura diffusa, fondata o meno, fa riflettere sul peso che diamo ai social network nelle nostre vite, e suggerisce che spegnere il telefonino quando chiacchieriamo sia comunque una buona idea. Se non altro per galateo.
Fonti aggiuntive: Snopes.com.
Antibufala: Hitler era scappato in Sud America, lo rivela un documento CIA!
Ottobre 30, 2017 16:51Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.Oggi ANSA e molte altre testate di giornalismo tradizionale hanno riportato la notizia di un documento della CIA che dimostrerebbe che Adolf Hitler scappò in Sud America invece di morire a Berlino come ci racconta la storia.
ANSA, in particolare, ha tweetato “Hitler era vivo in Sud America Si faceva chiamare Adolf Schrittelmayor Era a Tunga in Colombia Desecretato file Cia”. Notate il tono di assoluta certezza e la punteggiatura latitante.
Dalle mie parti, in Canton Ticino, Ticinonews titola “La storia riscritta: "Hitler dopo guerra vivo in Sudamerica"”, ma si salva in corner usando il virgolettato, e lo stesso fa il Corriere del Ticino: “"Hitler vivo in Sudamerica dopo la guerra"”.
Ma leggendo il documento CIA in questione, che è questo, emerge che la clamorosa notizia si basa esclusivamente su una dichiarazione di un certo Phillip Citroen, comproprietario del Maracaibo Times, che dice che mentre era in viaggio in Colombia ha visto uno che somigliava molto a Hitler e diceva di essere lui. Tutto qui.
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| “Hitler” secondo il documento CIA. |
E ovviamente, se sei l’uomo più odiato e ricercato del mondo, se tutti ti credono morto, cosa fai? Vai in giro facendoti chiamare Adolf e con tanto di baffetti? E ti fai pure fotografare?
Nella foga di pubblicare lo scoop-panzana, le testate giornalistiche non si sono fatte queste domande, a quanto pare, né si sono chieste come mai “Hitler” nella foto sembri molto più giovane di quanto lo era il vero Hitler alla fine della guerra. Soprattutto non hanno letto il terzo paragrafo del documento, quello che dice che la CIA stessa liquidò la segnalazione come una “apparent fantasy”, ossia “evidente fantasia”.
Meno male che il giornalismo dovrebbe salvarci dalle fake news.
Decalogo e guida tecnica anti-fake news nelle scuole italiane: presentazione a Roma il 31/10
Ottobre 30, 2017 13:08Al liceo Visconti di Roma centro, a partire dalle 10, ci saranno la presidente della Camera, Laura Boldrini, e la ministra dell'Istruzione, Valeria Fedeli, e ci sarò anch’io, visto che ho dato una mano alla stesura del decalogo (in realtà composto da otto punti, perché due verranno decisi dagli studenti) e soprattutto del manuale pratico che descrive gli strumenti di base per diventare un po’ tutti detective antibufala, con il contributo dei suggerimenti di Miur, Confindustria, Fieg, Rai, Facebook e Google.
Naturalmente non c’è nessuna pretesa di risolvere magicamente il problema delle fake news e della disinformazione, ma perlomeno si comincia a fare qualcosa di concreto per dare a tutti la possibilità di capire i trucchi della manipolazione online professionale e di conoscere gli strumenti che permettono di contrastarla. Non sono comandamenti assoluti o strumenti infallibili, ma danno sicuramente una mano a scremare tante delle fandonie più diffuse e a sviluppare senso critico su qualunque argomento. Vista la situazione, già diffondere il concetto che esistono veri e propri manipolatori professionisti, come la rete di siti gestiti in Albania ma destinati al pubblico italiano scoperta dal collega David Puente, è un bel passo avanti.
Il progetto #BastaBufale è visto con notevole interesse anche all’estero: ne ha parlato in prima pagina anche il New York Times, che ne ha anticipato in parte i contenuti. Trovate altri dettagli su Agi.it e Repubblica (anche qui).
Se non resistete alla curiosità, gli otto punti del decalogo sono questi, anticipati da Yahoo:
1. Condividi solo le notizie che hai verificato
2. Usa gli strumenti di internet per verificare le notizie
3. Chiedi le fonti e le prove
4. Chiedi aiuto a una persona esperta
5. Ricorda che anche internet e i social network sono manipolabili
6. Riconosci i vari tipi e gli stili delle notizie false
7. Hai un potere enorme, usalo bene
8. Dai il buon esempio: non lamentarti del buio ma accendi una luce
Spiegherò brevemente ciascuno di questi punti nell’incontro con gli studenti al Liceo Visconti domani.
Come si manipolano i social network: i bot
Ottobre 29, 2017 19:45Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ringrazio @ChiaraCodeca per la segnalazione.
Su Twitter, @Stonekettle ha pubblicato una bella spiegazione di come funzionano i bot (programmi automatici che simulano di essere utenti) nei social network e di come contrastarli nella loro opera di manipolazione di massa a scopo commerciale o politico. La traduco in sintesi qui sotto per renderla disponibile a chi usa Twitter ma non mastica l’inglese: è un ottimo promemoria per chi ancora pensa che Internet e i social network siano luoghi liberi e non condizionati.
La prima cosa che fa un bot è andare in cerca di parole chiave o di argomenti che sono molto popolari (trending). Poi genera e pubblica un’affermazione generica costruita per provocare una risposta.
Standard bot cold-dial tactic— Stonekettle (@Stonekettle) 29 ottobre 2017
1. search for keywords/trending topics
2. make insulting general statement used to provoke an engagement
1/ pic.twitter.com/JyrxmJIaK4
La stragrande maggioranza degli utenti, quando viene citata in una provocazione del genere, risponde automaticamente. A questo punto il bot rincara la dose con una serie di affermazioni e di insulti sempre più pesanti.
Lo scopo del bot, va ricordato, non è far cambiare idea al suo bersaglio (per esempio a voi, se vi ha preso di mira), ma indurvi a dibattere, farvi arrabbiare, scatenare la rissa verbale e interferire nei vostri processi mentali: in pratica, farvi perdere tempo e impedirvi di fare cose più costruttive.
Se cadete nella sua trappola e discutete intensamente con un bot, al suo posto subentra un operatore umano: di solito ci si accorge del rimpiazzo perché cambiano la sintassi e la grammatica.
Ragionare con un operatore o fargli cambiare idea è impossibile: non potete fermarlo, non potete ferire i suoi sentimenti, non potete offenderlo. Per lui è un lavoro, sostenuto dai suoi committenti (per esempio governi). Ma se non sapete che è un operatore, vi verrà spontaneo tentare di fare tutte queste cose.
La risposta più efficace è bloccare immediatamente il bot: non mettere in Silenzia (Mute), ma bloccare. Bloccandolo, infatti, non ha più accesso alla vostra cronologia dei post (timeline) e ai vostri contatti, che altrimenti userà per cercare nuovi bersagli, come ha fatto per trovare voi.
È vero che una navigazione privata gli permetterebbe di accedere alla vostra cronologia dei post, ma non lo farà: è una fatica eccessiva per un gestore di bot di massa.
Insomma, non fatevi fregare dai provocatori professionisti, robotici o umani: imparate a riconoscerli e bloccateli invece di metterli in Silenzia.
Antibufala: Kennedy assassinato da un poliziotto, dice il Fatto Quotidiano
Ottobre 29, 2017 7:21Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.Secondo il titolone in prima pagina de Il Fatto Quotidiano di ieri, “Un poliziotto sparò il colpo mortale a JFK” (copia su Archive.is). Il giornalismo del Fatto, invece, si è suicidato.
La “rivelazione”, infatti, si basa esclusivamente su una singola dichiarazione rilasciata nel 1964 da un informatore. Questo informatore disse che un certo H. Theodore Lee (citato anche qui nei documenti dell’inchiesta) gli aveva detto che aveva sentito dire che alcune persone appartenenti a un’associazione pro-Cuba a Dallas dicevano che il presidente Kennedy era stato in realtà assassinato dal poliziotto J. D. Tippit (che fu ucciso da Lee Harvey Oswald durante la fuga di quest’ultimo; se non conoscete la complessa vicenda, potete ripassarla qui su Wikipedia).
L’informatore disse che la stessa fonte gli aveva detto che queste persone dicevano che il poliziotto, una settimana prima dell’assassinio di Kennedy, si era recato nel night club di Jack Ruby (l’uomo che assassinò Oswald in diretta TV dopo l’arresto di Oswald stesso) ed aveva incontrato una persona che forse era Oswald.
Come avrete intuito dal numero di ripetizioni del verbo dire, si tratta di dicerie di almeno terza mano, oltretutto vaghe e senza alcuna conferma. E non c’è alcuna prova che il poliziotto Tippit fosse nel luogo dell’assassinio di Kennedy e nessuna ricostruzione di come si sarebbe spostato dal luogo del delitto (Dealey Plaza) a quello in cui fermò Oswald, che lo uccise.
Inoltre non è vero quello che scrive il Fatto Quotidiano, ossia che “un informatore disse che ‘il presidente era stato assassinato dall’ufficiale di polizia di Dallas J.D. Tippit’”: l’informatore disse che qualcuno gli aveva detto che qualcun altro diceva questa cosa. Il Fatto fa sembrare che l’informatore sia testimone diretto e certo, quando in realtà sta semplicemente riferendo una diceria che ha sentito da qualcuno che l’ha sentita a sua volta.
In altre parole, il titolone in prima pagina è aria fritta; anzi, peggio, è gossip complottista, che infanga la memoria di un poliziotto che fu una vittima del delitto Kennedy. Ma ai tanti sciacalli che speculano sulla vicenda da oltre cinquant’anni questo non interessa.
Riporto e trascrivo le parti salienti del documento originale degli inquirenti: le evidenziazioni sono mie.
4/1/64
AIRTEL
TO: DIRECTOR, FBI (105-82555)
FROM: SAC, NEW YORK (105-38431)
SUBJECT: LEE HARVEY OSWALD IS-R-CUBA
NY 3948-C on 3/26/64, reported that he had a conversation with H. THEODORE LEE on 3/20/64, in which LEE mentioned to the informant that he had turned over all correspondence regarding the desire of LEE HARVEY OSWALD to establish a chapter of the Fair Play for Cuba Committe (FPCC) in Dallas to the FBI.
The informant indicated that LEE also related statements concerning the assassination of president KENNEDY by individuals previously active in FPCC declare that the President was actually assassinated by Dallas Police Officer TIPPIT. Also that one week before the assassination, Patrolman TIPPET, the Head of the John Birch Society in Dallas and an unnamed third party suggested by these FPCC individuals as possibly being OSWALD, were together in JACK RUBY’s nightclub.
LEE also stated that while OSWALD was an FPCC advocate, he had also joined a number of anti-CASTRO movements and was, therefore, in position to know everything that was going on on both sides of the issues involved.










