Antibufala: no, il sito di Donald Trump non è stato violato dagli hacker cattivi
Novembre 8, 2016 21:18
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23:50. Poco fa c'è stata una raffica di tweet di numerosi utenti di tutto il mondo che linkavano il sito del candidato presidenziale statunitense Donald Trump, donaldjtrump.com, mostrando schermate sorprendenti come quella qui accanto, nella quale campeggia l’avviso “0wned by Anonymous”. I link in questi tweet portavano realmente al sito di Trump e lo mostravano effettivamente in queste condizioni.
Ma non si è trattato di un attacco informatico: era semplicemente un difetto nell’impostazione del sito, per cui se si creava un link al sito contenente una stringa di testo, il sito la mostrava. Formalmente è un content spoofing.
Per esempio,
https://www.donaldjtrump.com/press-releases/archive/0wned%20by%20anonymous
visualizzava la schermata mostrata qui sopra. Lo faceva soltanto sul dispositivo del visitatore, ma l’effetto burlesco era assicurato per chi non ha familiarità con il funzionamento degli URL e quindi guardando il link lo riteneva autentico. E infatti almeno una redazione ha abboccato: quella di Slate, che ha poi rettificato.
La scoperta del difetto è merito, per quel che mi risulta, di Parker Higgins qui alle 22:06 italiane. Internet ha reagito molto rapidamente, creando subito un sito che automatizzava la scrittura del testo (Vetotrump.com). Il divertimento (in una lunga notte elettorale ci si diverte con poco) è durato fino alle 23:45 circa, quando i solerti tecnici di Trump hanno modificato il funzionamento della pagina.
Quelle fantastiche immagini in diretta dallo spazio su Facebook? Non sono in diretta
Novembre 8, 2016 6:24
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Speravo che l’equivoco si esaurisse da solo dopo qualche giorno, ma mi sono illuso: le bufale non muoiono mai. Le bellissime immagini televisive dallo spazio postate su Facebook da Unilad e Viral USA (ora rimosso) con la dicitura “LIVE” (in diretta) non sono affatto in diretta. Sono video reali, ma registrati tempo fa a bordo della Stazione Spaziale Internazionale e ripubblicati sui social a fine ottobre.
Specificamente, uno dei video è composto da riprese mai trasmesse in diretta e risalenti a una passeggiata spaziale del 2013 di Oleg Kotov e Sergei Ryazanski. L’altro è una ripresa di una passeggiata spaziale statunitense effettuata a febbraio del 2015, secondo le indagini di Mashable e BBC.
Sicuramente non si tratta di attività in corso in questo momento: quando l’equipaggio della Stazione deve recarsi all’esterno, l’avvenimento viene preannunciato dalla NASA con grande anticipo e segnalato sul suo sito, e l’uscita viene trasmessa in streaming sulla pagina social ufficiale della NASA o su quella della Stazione, non sulle pagine di marketing virale di Facebook. Unilad ha detto alla BBC di aver pubblicato il video per provare la capacità della funzione di streaming in diretta di Facebook. Viral USA, per quel che ne so, non ha dato spiegazioni ma ha rimosso il video.
L’inganno ha fatto 17 milioni di vittime nel caso di Unilad e 26 milioni in quello di Viral USA, secondo Gizmodo. Non è necessariamente un male, però: milioni di persone sono evidentemente rimaste affascinate da queste immagini e hanno scoperto con meraviglia che esistono riprese così belle e nitide (anche se non in diretta) dallo spazio. Cosa che noi appassionati sappiamo da una vita, ma fa niente: ben vengano le persone che ancora sanno apprezzare la bellezza dei prodotti dell’ingegno e dell’esplorazione umana. Non sono mancati i complottisti che hanno gridato al falso, perdendo una magnifica occasione per stare zitti e non fare la figura degli imbecilli, ma fa niente.
In realtà ci sono soltanto tre fonti di immagini televisive continue in diretta dallo spazio (alle quali si aggiungono, sporadicamente, quelle cinesi e quelle statunitensi su NASA TV): Urthecast, Live ISS Stream su Ustream e ISS HDEV Payload su Ustream. Diffidate di tutte le altre.
Podcast del Disinformatico del 2016/11/04
Novembre 6, 2016 14:10È disponibile per lo scaricamento il podcast della puntata di venerdì del Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera. Buon ascolto!
Addio al suono di avvio dei Mac: i nuovi laptop sono muti
Novembre 4, 2016 8:56
Un paio di settimane fa ho raccontato la storia del suono Sosumi del Mac e del suo compagno, il suono d’avvio, entrambi creati da Jim Reekes facendo uno slalom fra gli ostacoli legali. Il suono d’avvio, nella sua attuale tonalità, è in uso dal 1998: un tempo lunghissimo in informatica. Dal 2012, questo suono di avvio è anche un marchio registrato che identifica i prodotti Apple.
Ma ho parlato troppo presto: è di pochi giorni fa la notizia che i nuovi portatili Macbook Pro di Apple non faranno più “bong” all’avvio e saranno completamente muti. La scoperta è stata fatta confrontando le istruzioni di reset della NVRAM dei nuovi computer con quelli della versione precedente. Questi nuovi laptop, infatti, si accendono automaticamente quando vengono aperti sollevando lo schermo, e sarebbe spiacevole avere un “bong” inatteso per esempio nel mezzo di una riunione.
Inoltre, grazie ai dischi rigidi a stato solido (SSD), l’avvio è praticamente indistinguibile da una ripresa dopo una sospensione, per cui i tre secondi della durata del suono di avvio finiscono per pesare non poco sul tempo che ci mette un laptop ad essere pronto per l’uso. In pratica i MacBook Pro diventano sempre più simili a degli smartphone, concepiti per restare sempre accesi e in standby.
Il suono di avvio mancherà ai nostalgici dei Mac, ma avrà anche una conseguenza importante per i bambini del futuro: non sapranno che il suono di avvio di WALL-E è quello di un Mac e quindi non capiranno il riferimento umoristico.
Fonti aggiuntive: 9 to 5 Mac.
Le parole di Internet: software
Novembre 4, 2016 8:45![]() |
| Credit: Pexels, licenza CC0. |
Lo spiega il suo inventore, il pioniere informatico Paul Niquette, che afferma di averla coniata per scherzo a ottobre del 1953, quando in tutti gli Stati Uniti esistevano soltanto sedici elaboratori elettronici digitali e la parola computer indicava ancora una persona addetta ai calcoli, da effettuare a mano, al massimo con l’aiuto di un regolo calcolatore.
All’epoca l’idea di considerare le istruzioni di un programma come un’entità separata rispetto ai componenti fisici del calcolatore e addirittura di poterle trasferire da un calcolatore a un altro era ancora una novità coraggiosa: i programmi, infatti, venivano impostati cambiando fisicamente dei circuiti o dei componenti della macchina.
Negli anni Cinquanta non esisteva ancora una parola tecnica di uso comune per indicare questo concetto astratto (si parlava genericamente di programma), e così Paul Niquette, che a quei tempi era un giovane studente diciannovenne che scriveva programmi per computer alla University of California, Los Angeles (UCLA), coniò il termine software; ma lo fece in un momento d’irriverenza di cui oggi abbiamo perso la cognizione.
Il vocabolo inglese software nacque infatti come gioco di parole: Niquette pensò che siccome i componenti materiali di un calcolatore si chiamano hardware (cioè “ferramenta” o “macchinari”, più letteralmente “cose dure”), allora la parte immateriale di un computer, il suo programma, poteva chiamarsi “soft-ware”, che significa più o meno “cose molli”.
Il ragazzo era noto per la sua tendenza a coniare neologismi frivoli: non era l’unico, e anzi creare parole nuove era una moda abbastanza diffusa fra gli informatici di quei tempi. Per questo abbiamo termini come bit (letteralmente “pezzetto”) o byte (grafia alterata della parola bite, ossia “morso” o “boccone”).
Ma torniamo a software. Niquette ammette che quando gli venne in mente per la prima volta questa parola scosse la testa e si mise a ridere. Anche in seguito gli sembrò una frivolezza. Dice nelle sue memorie: “Le prime volte che dicevo ‘software’ ad alta voce, la gente intorno mi diceva ‘Eh?’[...] Sin dall’inizio pensavo che la parola fosse troppo informale da scrivere e spesso troppo imbarazzante da pronunciare. Ciononostante, con trepidazione e con un sorrisetto, ogni tanto includevo ‘software’ nei miei discorsi, nelle lezioni e nelle interviste.”
Oggi questo termine ci sembra assolutamente normale e le cose molli sono al centro di uno dei più grandi settori dell’industria mondiale, ma allora software era solo una “parola sciocca” sulle labbra di un diciannovenne molto sveglio. Viene da chiedersi quali parole che adesso consideriamo sciocche saranno altrettanto cruciali nel sapere umano fra cinquant’anni.
Fonti aggiuntive: History of Information.






