Difendersi dal ransomware: bloccare le macro di Microsoft Word
1 de Abril de 2016, 6:41Il ransomware sta facendo danni a privati e aziende: arriva sotto forma di allegato dall’aria innocua e poi mette una password su tutti i dati, chiedendo un riscatto in Bitcoin per rivelare la password usata. Chi non paga e non ha un backup perde tutto.
Naked Security segnala che uno dei trucchi usati dai criminali per infettare i computer è inviare via mail un allegato costituito da un documento Microsoft Word, che come tale viene considerato innocuo. Ma i documenti Word possono contenere delle macro, che eseguono automaticamente varie istruzioni che scatenano il malware vero e proprio scaricandolo da Internet.
Non conviene bloccare tutte le macro indistintamente, perché molti documenti legittimi le usano: ma nella versione 2016 di Office è possibile bloccare selettivamente le macro provenienti da Internet e lasciare attive tutte le altre usando un’apposita opzione, che si controlla tramite Group Policy (Criteri di Gruppo) e quindi va affidata all’amministratore di sistema. L’opzione si chiama, piuttosto intuitivamente, Block macros from running in Office files from the Internet (“Blocca l’esecuzione di macro nei file Office provenienti da Internet”), ed è descritta da Microsoft qui su Technet.
Riprendersi un po’ di privacy su Facebook
1 de Abril de 2016, 6:29Potete anche impedire a Facebook di pedinarvi e tracciarvi quando siete nel Web: sempre nella stessa sezione Inserzioni, scegliete Inserzioni basate sul modo in cui uso siti Web e applicazioni e impostatelo a No.
Anche le app esterne sono spesso ficcanaso: andate in Impostazioni – Applicazioni e poi cliccate sulla crocetta di un’app indesiderata per rimuoverla oppure su Modifica impostazioni per decidere quali dati può leggere e pubblicare quell’app.
Un altro trucco utile per riprendersi un po’ di privacy è nascondersi ai motori di ricerca: andate nelle Impostazioni, scegliete Privacy e poi cliccate Modifica accanto alla voce Desideri che i motori di ricerca esterni a Facebook reindirizzino al tuo profilo?: questo vi permette di disattivare la casella Consenti ai motori di ricerca esterni a Facebook di reindirizzare al tuo profilo. Questa modifica non ha effetto immediato: di solito diventa pienamente efficace dopo qualche giorno.
Infine potete regolare, entro certi limiti, i tipi di pubblicità che riceverete su Facebook: cliccate sulla crocetta in alto a destra di una pubblicità che non vi piace e scegliete Nascondi inserzione. Dovrete motivare la vostra richiesta, ma perlomeno riuscirete a sbarazzarvi delle pubblicità più irritanti.
Viaggio nelle fabbriche dei “Mi piace” di Facebook
1 de Abril de 2016, 6:10
Il “Mi piace” viene considerato comunemente un indicatore oggettivo di popolarità: tanti “Mi piace” significano che il personaggio, il prodotto, il brano musicale al quale sono associati è davvero gradito a tanti.
Ma molti non sanno che esiste il fenomeno delle Like factory, le “fabbriche di Mi piace”: grandi gruppi di persone pagate per cliccare “Mi piace” su qualunque cosa. È uscito pochi giorni fa un corto di Garrett Bradley, intitolato Like e visibile su The Intercept, che getta luce su quest’industria sommersa il cui giro d’affari è stimato intorno a 200 milioni di dollari l’anno.
Nel 2013, racconta Like, Facebook ha gestito circa 4,5 miliardi di “Mi piace” al giorno, e nel 2014 oltre il 90% dei 12,5 miliardi di dollari di ricavi di Facebook è arrivato dalla pubblicità. Le cifre in gioco, insomma, sono enormi, e per farsi notare servono “Mi piace”. C’è chi li coltiva creando contenuti interessanti, e chi li compra all’ingrosso.
Dall’indagine di Like emerge che gli abitanti di Dhaka, in Bangladesh, da soli generano circa il 30-40% dei “Mi piace” pagati, e che per 50 dollari un cliente può ricevere 1000 o più “Mi piace”, tutti fatti da persone in carne e ossa. Questo mercato in Bangladesh è legale e quindi non ha motivo di nascondersi, e anche se dal 2012 Facebook ha iniziato a chiudere gli account sospettati di pagare per i “Mi piace” è banale per un lavoratore di queste “fabbriche” crearsi un account nuovo.
È particolarmente azzeccata la descrizione del servizio data da una delle persone intervistate: “Facebook tratta questo legame come se fosse amore; il marketer intelligente lo tratta come se fosse prostituzione. Pagami e ti do l’amore - o il Mi piace”. Pensateci, prima di avvilirvi perché un vostro conoscente, concorrente o prodotto rivale ha tanti “Mi piace”.
Tesla Model 3, l’auto elettrica che si vende come un iPhone
1 de Abril de 2016, 2:46Questo blog non aderisce alla tradizione del “pesce d’aprile” e oggi non pubblicherà notizie inventate. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/04/01 7:40.
In questo momento i dirigenti di tutte le altre case automobilistiche staranno rosicando non poco: per prenotare la Tesla Model 3, un’auto elettrica di prezzo medio (35.000 dollari negli USA) per il mercato di massa presentata in anteprima oggi, si sono formate le file fuori dai concessionari in mezzo mondo. Come per un nuovo modello di iPhone. Con la differenza che chi era in fila non tornava a casa con l’oggetto del desiderio: versava mille dollari per prenotarla e basta, e senza neanche vederla.
L’hanno fatto in centoquindicimila. In altre parole, Tesla ha ricevuto in 24 ore 115 milioni di dollari per un’auto di cui non si sapeva quasi nulla e che non verrà consegnata prima della fine del 2017 (se va bene). E dopo la presentazione il totale è salito a quasi 130.000. Mica male, come fidelizzazione del cliente.
Ecco qualche immagine tratta dalla presentazione preliminare, tenuta stamattina alle 5:30 ora italiana.




Queste, rapidamente e con riserva di correzione, sono le caratteristiche dichiarate del modello base (tratte anche dai commenti e da questo video Periscope): 215 miglia (circa 350 km) di autonomia; 0-100 km/h in 6 secondi; 1 o 2 motori elettrici; 5 posti; hardware Autopilot (per mantenimento corsia, cruise control intelligente, parcheggio automatico, eccetera) di serie, con singole funzioni attivabili come optional; 2 bagagliai; telaio in buona parte in acciaio. Nessun dettaglio sulla batteria (né kWh né tecnologia; si sa solo che sarà predisposta per la ricarica rapida con Supercharger) o sulle dimensioni d’ingombro dell’auto (anche se si sapeva già che era paragonabile a una Audi A4).
Non è detto che questo sia l’aspetto estetico finale. Si nota molto l’assenza di un cruscotto di fronte al volante, sostituito dal display centrale da 15 pollici. Poco visibile nelle mie immagini: il tetto trasparente quasi continuo, enorme.
Se la Chevrolet mantiene la parola data, la sua Bolt arriverà sul mercato prima di questa Tesla Model 3, e grosso modo allo stesso prezzo. Ma come ha detto Elon Musk nella presentazione, quello che conta non è quale marca vince, ma il fatto che smettiamo rapidamente di andare in giro con auto che emettono gas tossici. E su questo non posso che dargli ragione.
Insomma, avevano detto che le auto elettriche erano...
– troppo lente: non più (0-100 in 6 secondi non vi basta?).
– troppo brutte: non più.
– troppo limitate come autonomia: 350 km coprono quasi tutte le situazioni.
– troppo lente da ricaricare: con i Supercharger si riparte col “pieno” in 40 minuti.
– troppo care: non più, almeno per un’ampia fascia di consumatori.
E sembra l’altroieri che i complottisti andavano in giro a raccontare della congiura per boicottare l’auto elettrica; invece eccola qua, con tanto di code per prenotarla. L’avreste mai detto?
Repubblica, Elena Dusi e gli aerei che voleranno “al quadruplo della velocità della luce”
29 de Março de 2016, 7:57Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ringrazio Enrico B. per la segnalazione.
Far scrivere un articolo di aeronautica a qualcuno che sappia la differenza fra velocità del suono e velocità della luce sembra essere un concetto estraneo alla redazione di Repubblica.
Ma chi se ne frega, l’importante è che la gente veda il mega-giga-superspottone pubblicitario in mezzo alla pagina. Che qui ho oscurato.
E lo chiamano giornalismo.








