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сентября 4, 2012 21:00 , by profy Giac ;-) - | No one following this article yet.
Blog di "Il Disinformatico"

Antibufala: torna l’allarme (falso) per i rossetti al piombo

октября 12, 2017 7:18, by Il Disinformatico

Credit/fonte: PXhere (CC)
Se avete condiviso sui social network o su WhatsApp un messaggio che parla di rossetti cancerogeni al piombo, che è un falso allarme che sta girando moltissimo in questi giorni, fate molta attenzione: potreste essere denunciati per diffamazione.

Questo falsa notizia elenca alcune marche specifiche di rossetto, accusandole di contenere piombo (cosa non vera), e può sembrare credibile perché presenta la testimonianza di un medico o di un’ospedale (che però in realtà non esiste o non ha mai dichiarato quello che gli viene attribuito). I nomi citati sono per esempio quelli della “dott. ssa Claudia Pirisi, oncologa”, della “dottoressa Elizabeth Ayoub, medico biomolecolare”, come segnalato da Bufale un tanto al chilo e David Puente.

A volte viene citato anche un esperimento da fare per sapere se il rossetto che usate è a rischio: mettere del rossetto sulla propria mano e strofinarvi sopra un anello d'oro. Se il rossetto diventa nero, dice l’allarme, è pericoloso. In effetti se ci provate noterete che spesso compaiono davvero segni scuri sul rossetto, e questo sembra confermare l’autenticità dell’appello. Ma in realtà molti metalli (per esempio oro, argento e rame), lasciano segni scuri se li si strofina contro qualunque superficie, un po' come fa una matita, e quindi questo esperimento non dimostra affatto che un rossetto contiene piombo.

L’allarme si conclude di solito citando il nome di una singola marca di rossetto che non conterrebbe piombo. Ma anche questo è falso e ingannevole: nessun rossetto in commercio contiene piombo, che è vietato per l’uso nei cosmetici.

Per essere pignoli, un’analisi di laboratorio potrebbe rilevare tracce di piombo in un rossetto, ma questo avviene perché le analisi sono sensibilissime e riescono a rilevare quantità incredibilmente piccole delle sostanze cercate, ossia parti per milione, che equivalgono a grammi per tonnellata: quantità minuscole, considerate non pericolose, che è impossibile eliminare dai processi di produzione, tant’è vero che le troveremmo in qualunque alimento o prodotto, insieme a tracce di tanti altri elementi chimici. A quesi livelli infinitesimali, insomma, il mondo intero è decisamente impuro.

Se volete saperne di più sulla regolamentazione dei rossetti, Keyforweb.it segnala la Direttiva Cosmetici dell'UE e le norme sui cosmetici dell'FDA statunitense.

Citare una specifica marca di rossetto dicendo che è senza piombo e accusare le altre di contenerne è pura disinformazione che ha un forte effetto réclame, e quindi questa è una fake news pubblicitaria che siamo noi a diffondere, se non stiamo attenti e inoltriamo senza riflettere.

Fra laltro è una fake news che ha avuto un successo enorme: circola infatti indisturbata almeno da quattordici anni (ne avevo parlato nel 2008, segnalando che i primi avvistamenti risalivano al 2003), nonostante tutte le smentite. Questo dimostra l’importanza di non condividere allarmi se non si ha il tempo di verificarli, anche se ci arrivano da amici o da persone di cui ci fidiamo.

E in questo caso, dato che il falso allarme accusa alcune marche ben precise di rossetto di avvelenare i clienti e ne scagiona una altrettanto ben identificata, chi diffonde questa notizia falsa si espone appunto al rischio di denuncia per pubblicità sleale o diffamazione, oltre a seminare paura inutilmente. Pensateci.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



Su Le Scienze parlo del più grande avvelenatore di tutti i tempi

октября 9, 2017 14:00, by Il Disinformatico

Nel numero 590 di Le Scienze attualmente in edicola trovate un mio articolo che racconta la storia incredibile dell’introduzione del piombo tetraetile nella benzina: uno dei casi di avvelenamento di massa più sconcertanti che io abbia mai studiato. Il colpevole principale è un uomo dal nome apparentemente innocuo, Thomas Midgley, che ha letteralmente avvelenato il pianeta intero non una, ma due volte.

Avrei potuto scriverne per decine di pagine, perché è una storia piena di colpi di scena e di assurdità che lasciano davvero l’amaro in bocca ma che dovrebbero essere raccontate per spiegare quali e quanti crimini sono stati commessi dall’industria petrolifera in nome del profitto e poi insabbiati. È da vicende oscene come questa che viene la mia grande voglia di fare a meno, il più presto possibile, di avere un’auto che rigurgita veleni. E sono questi i complotti reali di cui i complottisti dovrebbero occuparsi se avessero un minimo di capacità e coscienza.

Se volete saperne di più, oltre a leggere il mio articolo su Le Scienze, vi consiglio il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente intitolato Late lessons from early warnings II, la cui sezione Lessons from Health Hazards racconta (da pagina 46 a pagina 72) tutta la vicenda in inglese.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



“Le Iene” torna a parlare di Blue Whale

октября 9, 2017 0:13, by Il Disinformatico

Persone che affrontano seriamente
il tema del suicidio giovanile.
Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.

Se non leggi altro, leggi almeno questo: non è vero che se non finisci il Blue Whale Challenge uccideranno i tuoi genitori; quelli che si spacciano per “curatori” sono solo dei bulli malati che vogliono fregarti. Puoi batterli con un clic: bloccali. Le Iene vogliono spaventarti col BWC per fare soldi. Non farti fregare: spegni la TV. Se sei finito nel BWC o in qualche “sfida” simile, o conosci qualcuno che ci è finito, parlane con gli amici, con i genitori, con un docente. Troverai aiuto. 

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Nella puntata andata in onda domenica sera su Italia 1, il programma Le Iene è tornato a parlare del cosiddetto Blue Whale Challenge (BWC): una sfida online che spingerebbe tantissimi giovani al suicidio tramite le istruzioni fornite via Internet da un cosiddetto “curatore”.

Riassumo le puntate precedenti della vicenda:

  •  Le Iene aveva già parlato del BWC il 14 maggio scorso, suggerendo che questa sfida avesse già fatto vittime in Italia e creando così un panico mediatico enorme nel paese ma generando anche molte proteste e critiche (per esempio Valigia Blu) per la carenza di prove e il sensazionalismo esasperato.
  • Andrea Rossi di Alici Come Prima aveva poi dimostrato (video) che i video di suicidi mostrati in maniera così drammatica da Le Iene erano falsi: non si riferivano affatto al Blue Whale Challenge.
  • Il 7 giugno, Matteo Viviani (de Le Iene) aveva poi ammesso sul Fatto Quotidiano che non aveva verificato la provenienza di quei video: una leggerezza assolutamente imperdonabile, specialmente su un tema delicatissimo come il suicidio giovanile.
  • Dopo qualche giorno di clamore, tutti i media italiani hanno smesso di parlare di Blue Whale, come ha notato Wired.it (“Che fine ha fatto Blue Whale?”, 29 settembre), e la paventata ondata di suicidi che sarebbero stati istigati da questa sfida non c’è stata.

Il ritorno de Le Iene sull’argomento domenica sera è stato molto meno sensazionalista rispetto alla prima puntata: ha presentato documentazioni e interviste ad autorità in mezzo mondo, dando l’impressione di dimostrare di aver avuto ragione. Ma guardando il nuovo servizio con attenzione emerge che in realtà la redazione del programma ha tentato furbescamente di spostare i paletti della discussione per scagionarsi.

Primo paletto spostato: Matteo Viviani sostiene ripetutamente che chi ha criticato il primo servizio de Le Iene sul BWC avrebbe detto che questa sfida non esiste ed è una bufala.

È falso: i critici (me compreso) in realtà hanno detto che il concetto di BWC esiste, che i suicidi giovanili esistono e in particolare in Russia sono molto numerosi, ma mancano prove ufficiali che colleghino BWC e suicidi (BBC; The Globe and Mail; Il Post). In particolare, i 130 casi di suicidio giovanile in Russia citati da molti giornali di tutto il mondo non sono affatto collegati specificamente al BWC. Blue Whale Challenge è semplicemente una delle tante sigle usate nei gruppi online dedicati al suicidio; è quella, fra le tante, che i giornalisti hanno preso e pompato. E i critici hanno sottolineato che parlarne in maniera sensazionalista e irresponsabile avrebbe ispirato emulatori e avrebbe reso reale un fenomeno che forse inizialmente era solo un meme e un mito di paura come Slenderman.

Secondo paletto spostato: nel nuovo servizio, Viviani chiede ripetutamente agli esperti intervistati se sia giusto o no parlare pubblicamente del Blue Whale Challenge e tutti gli rispondono che se ne deve assolutamente parlare. Questo sembra dare ragione a Le Iene per averne parlato.

Ma è falso che i critici abbiano detto che non se ne deve parlare: hanno detto invece che è importantissimo come se ne parla. Non si parla di suicidio giovanile fra un frizzo e un lazzo e una pubblicità in un programma di varietà come Le Iene. Non si mostrano video di suicidi (oltretutto falsi). Non si mette la musica struggente. Non si spaccia un dramma di famiglia per un caso italiano di Blue Whale intervistando e imbeccando un bambino. Se ne parla al telegiornale; se ne parla a scuola con i docenti e con gli esperti della polizia; si rispettano le linee guida sviluppate dall'OMS.

La cosa assurda è che Matteo Viviani si contraddice e si sbufala da solo quando tenta di dimostrare che l’allerta Blue Whale è serio mostrando come è stato gestito negli altri paesi: tramite le autorità, i telegiornali, le forze di polizia, gli psicologi e i docenti, andando anche nelle scuole a fare prevenzione e informazione competente, responsabile e sensibile. Appunto: se è un problema serio, e il suicidio giovanile lo è, non lo si tratta mandando in TV uno vestito di nero col cravattino e la barba di tre giorni.

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Visto che questa nuova sparata de Le Iene probabilmente risolleverà la questione Blue Whale, segnalo alcun link con le informazioni di base, utili per discuterne per esempio in famiglia o in classe:

– I consigli della Polizia Postale per gestire questo allarme, che la Polizia non conferma (usa parole come “eventuale”, “sembrerebbe“). La pagina risale al 22 maggio 2017; ho linkato la versione su Archive.org perché il sito della Polizia Postale in questo momento sembra sovraccarico, e aggiungo una copia su Archive.is.

– L’indagine di Davide Bennato, docente di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania, maggio 2017: “delle oltre 40 segnalazioni su cui sta indagando la Polizia Postale, al momento nessuna sembra essere connessa al fenomeno del Blue Whale...Attraverso il processo di cassa di risonanza dei social media – alimentato pesantemente dai mass media – un fenomeno controverso si sta trasformando in una realtà fattuale giocando sulla paura delle persone.

– L’indagine del celebre sito antibufala Snopes, che classifica il Blue Whale Challenge come “non dimostrato“ e ne ricostruisce le origini in Russia.

– L’indagine di Know Your Meme, che definisce il BWC “leggenda metropolitana” notando che “nonostante si asserisca che oltre 100 suicidi di adolescenti siano collegati” a questa sfida “non sono state trovate prove dirette”.

– La ricerca di Sofia Lincos Blue Whale: storia di una psicosi.

– La ricerca di David Puente.

– La ricerca di Bufale un tanto al chilo.

– Le raccomandazioni dello UK Safer Internet Centre, che definisce il BWC “una falsa notizia sensazionalizzata”.

– Il mio articolo di maggio 2017, che contiene molti rimandi a fonti, indagini e linee guida per parlare correttamente di un dramma che è molto reale e non va assolutamente ridotto a una sigla.
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Ci vediamo oggi a Pisa all’Internet Festival?

октября 7, 2017 2:21, by Il Disinformatico

Stamattina dalle 11 e oggi pomeriggio dalle 15 Pisa, al Teatro Verdi, l’Internet Festival presenterà una sessione dedicata a “Bufale, post verità e democrazia”, condotta da Martina Pennisi, alla quale parteciperanno Alessandro Dal Lago, Massimiliano Panarari, Vesselin Popov, Dino Amenduni, Annamaria Testa, Graham Brookie, Mattia Pappalardo, Davide Bennato, Andrea Michielotto e il sottoscritto. Ciascuno di noi avrà mezz’ora per presentare la propria relazione. Se vi va, venite a trovarci.

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Kaspersky accusata (senza prove) di rubare dati all’NSA. Che se li è fatti fregare come una dilettante

октября 7, 2017 1:21, by Il Disinformatico

Ultimo aggiornamento: 2017/10/06 19:40.

Facciamo un quiz informatico? Premessa: sei un collaboratore esterno o un dipendente dell’NSA. Ti porti a casa documenti e malware segretissimi, usati dall’NSA per penetrare le reti informatiche degli altri paesi e per difendere quelle americane (primo errore). Metti il tutto su un computer non sicuro (secondo errore). Il computer è connesso a Internet (terzo errore). Sul computer c’è un antivirus (quarto errore), che come tutti gli antivirus fa il proprio dovere e quindi rileva la presenza del malware e la segnala via Internet alla casa produttrice.

A questo punto delle spie informatiche legate alla Russia usano l’accesso fornito dall’antivirus per procurarsi una copia del malware dell’NSA prelevandola dal tuo computer e se la studiano, rendendola così inutilizzabile e compiendo l’ennesimo furto di dati ai danni della superagenzia americana. Epic fail.

Domanda: quanto devi essere cretino per fare una sequenza di errori del genere?

Domanda di riserva: quanto sono incompetenti quelli dell’NSA, che non riescono a impedire ai collaboratori di portarsi a casa malware top secret e scelgono ripetutamente gente che fa queste cose?

Questa, a mio avviso, è la vera storia dietro un articolo del Wall Street Journal che invece di sottolineare l’inettitudine dell’NSA tenta di dare la colpa di tutto a Kaspersky Lab, l’azienda russa che produce l’antivirus usato dallo sciagurato collaboratore esterno dell’agenzia (o dipendente, secondo il New York Times), insinuando che Kaspersky collabori con il governo russo senza però presentare prove e usando soltanto fonti anonime (che comunque non dichiarano che Kaspersky abbia attivamente aiutato la Russia a scoprire o rubare questi dati). Per quel che ne sappiamo finora, è molto plausibile che i criminali informatici che hanno sottratto i dati dell’NSA abbiano sfruttato qualche falla del software di Kaspersky senza il consenso dell’azienda.

In effetti, se ci pensiamo, un antivirus è il bersaglio ideale per una campagna di spionaggio: è un prodotto conosciuto e fidato, estremamente diffuso, aggiornato frequentemente, al quale gli utenti concedono per forza di cose un accesso totale ai propri dati. Riuscire a infettare un antivirus o prendere il controllo dei server dove gli utenti dell’antivirus caricano i campioni di malware rilevati sarebbe un colpo gobbo. Quello che è (a quanto pare) successo a Kaspersky, insomma, potrebbe succedere a qualunque produttore di antivirus, e non è detto che gli altri produttori siano immuni alle intrusioni o alle persuasioni delle proprie agenzie di sicurezza nazionale (o di quelle straniere).

Sottolineo che la vicenda è ancora nebulosa, anche se ben riassunta da Ars Technica, e non è chiaro se sia la ragione del recente divieto statunitense di usare prodotti di Kaspersky, su qualunque computer delle agenzie governative, visto che il furto risale al 2015. L’azienda ha negato con forza di aver collaborato con i servizi di spionaggio russi e Eugene Kaspersky in persona ha dichiarato che il suo antivirus ha semplicemente fatto quello che fanno tutti gli antivirus.

Una spy-story in piena regola, con risvolti geopolitici enormi, insomma: ma noi utenti comuni, che magari abbiamo scelto proprio Kaspersky come antivirus, cosa dobbiamo fare? Sicuramente ci conviene continuare a usare un buon antivirus, perché il rischio di essere attaccati da criminali informatici comuni è immensamente superiore (con poche eccezioni altolocate) a quello di essere presi di mira dalle spie informatiche russe. Mettiamola così: se per il governo russo (o per qualsiasi governo) siete un bersaglio informatico allettante, la scelta della marca di antivirus è l’ultimo dei vostri problemi.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



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