La nuova puntata di Star Trek Continues è più Star Trek di Star Trek
августа 8, 2017 10:58Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.
Il 24 settembre debutterà la nuova serie “ufficiale” di Star Trek, intitolata Discovery (sito ufficiale, con tanto di protezione DRM). Aspetto di vederla prima di giudicarla, e nel frattempo mi godo e vi segnalo una nuova puntata di una produzione amatoriale ma perfettamente azzeccata e fedele nella ricostruzione degli ambienti e delle atmosfere della Serie Classica: Star Trek Continues.
La puntata nuova (la nona della produzione) si intitola What Ships Are For. Come al solito, la qualità della produzione è sorprendente (considerato che si tratta di un fanfilm che volutamente riprende lo stile televisivo degli anni Sessanta), ci sono attori ospiti illustri e soprattutto c’è quello che rende Star Trek speciale e particolare rispetto a tante altre serie di fantascienza: un tema di fondo che pesca dall’attualità e la ripropone in versione fantascientifica, permettendo di intrattenere e al tempo stesso far riflettere.
A differenza della serie ufficiale, Star Trek Continues è liberamente fruibile: qui sotto trovate la puntata integrale, pubblicata su Youtube e su Vimeo; le altre sono sul sito della produzione (Startrekcontinues.com), insieme ai blooper. Buona visione.
Due parole sulle vulnerabilità di Rousseau
августа 8, 2017 4:46Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.
Non mi dilungo sui dettagli tecnici della questione Rousseau che è divampata nei media generalisti: li ha già raccontati egregiamente David Puente in una serie di articoli. Segnalo solo alcuni fatti che forse sono stati poco evidenziati o volutamente confusi.
- Il primo “attacco” non è stato un attacco, ma ha segnalato responsabilmente in privato a Rousseau alcune sue vulnerabilità e le ha pubblicate online solo dopo che erano state corrette. Vulnerabilità, fra l’altro, equivalenti a mettere una serratura di cioccolato sulla porta di casa: limite massimo di 8 caratteri per le password e un banalissimo SQL injection, talmente classico che c’è persino la vignetta di Xkcd apposita (spiegone).
- Non è vero che le informazioni pubblicate su queste vulnerabilità sono state rimosse perché Rousseau o altri hanno preso delle “contromisure”. Beppegrillo.it scrive che “il suo sito [quello del segnalatore] è già scomparso così come i suoi account social, segno che le contromisure contro questi reati funzionano e siamo lieti che siano state così tempestive”. No. La riservatezza professionale mi impedisce di dire altro, ma la chiusura degli account del primo segnalatore non è merito di alcuna “contromisura”. Bullarsi di quello che non si è fatto è boriosamente stupido, per non dir di peggio.
-- L’incursione non ha richiesto talento speciale. Non stiamo parlando di forzare chissà quali ostacoli. Questo era un castello costruito col fango che non ha retto all’uso di un innaffiatoio; è l’equivalente di lasciare la porta di casa socchiusa e i gioielli in bella vista sul tavolino all’ingresso.
-- Lo stesso post su Beppegrillo.it dichiarava che “Sono già state messe in atto tutte le azioni necessarie per impedire il ripetersi di intrusioni informatiche come questa.” Beh, mica tanto e di certo non tutte, dato che qualcun altro è riuscito comunque a entrare subito dopo.
-- Il successivo furto di dati vero e proprio (quello rivendicato da r0gue_0) ha rivelato che Rousseau non ha preso neppure le misure di sicurezza più basilari. Per l’amor del cielo, le password degli utenti erano conservate in chiaro in un database. Lo sanno anche i muri che le password si custodiscono in modo robustamente cifrato e in modo che neanche il gestore del sistema possa decifrarle, proprio per evitare i danni di massa causati da attacchi come questo.
-- Chi minimizza dicendo che tanto non erano in corso “votazioni” non ha capito la gravità degli eventi oppure sta volutamente mettendo la testa nella sabbia. Evidentemente non ha considerato che comunque l’affiliazione politica è un dato delicato e personale e che inevitabilmente molti utenti di Rousseau avranno usato la stessa password altrove e quindi ora sono esposti al rischio di furto di account e rivelazione di altre informazioni personali. E non ha considerato che la fiducia degli utenti è stata tradita: non stiamo parlando del sito di un circolo di cucito, ma della piattaforma di gestione di uno dei movimenti politici più significativi di un paese. Se questo è il modo in cui si pensa di gestire la democrazia digitale, è meglio lasciar perdere e trovare qualcuno che ci capisca.
-- Chiamare Rousseau “sistema operativo” (come fa Beppegrillo.it a firma di “Associazione Rousseau”) significa dichiarare di essere capre in informatica. Un sistema operativo è un software che dialoga con l’hardware e fa da interprete e servitore per le applicazioni. Windows, Android, MacOS, iOS, Linux sono esempi di sistemi operativi: Rousseau no. È un sito, un portale, una piattaforma gestionale, ma non un sistema operativo. Chiamarlo sistema operativo è come vedere un cavallo e chiamarlo automobile.
Se volete altre opinioni sulla sicurezza di Rousseau, date un’occhiata a questo articolo su Formiche.net e a questo su Il Post.
Antibufala mini: sì, la NASA cerca un “responsabile della protezione planetaria”. Ma non per difenderci dagli alieni
августа 2, 2017 19:49![]() |
| Catharine Conley. OK, è una woman in black. |
La notizia che la NASA assume un “responsabile della protezione planetaria” (planetary protection officer) viene presentata in modo decisamente semiserio, come se sull’argomento esistesse una sola battutina possibile:
-- La NASA cerca "Men in Black", RSI
-- Nasa cerca 'Men in black' per proteggere la Terra, Ticinonews
-- NASA is hiring a Planetary Protection Officer to protect Earth from alien harm, USA Today, che nel testo cita i MIB.
Ma in realtà si tratta di una notizia reale e seria, anche se spiegata poco chiaramente.
L’offerta di lavoro della NASA chiarisce infatti che l’incarico consiste principalmente nel trovare modi per evitare che le nostre sonde spaziali vadano a contaminare altri mondi. Per esempio, andare a cercare la vita su Marte con una sonda piena di microorganismi terrestri sarebbe un’idea poco intelligente e rischierebbe di far fuori eventuale vita marziana.
Molto secondariamente, la “protezione planetaria” riguarda anche la Terra, nel senso che eventuali campioni di altri mondi riportati sul nostro pianeta dai nostri veicoli spaziali dovranno essere tenuti in opportuno isolamento per evitare contaminazioni.
Planetary protection is concerned with the avoidance of organic-constituent and biological contamination in human and robotic space exploration. NASA maintains policies for planetary protection applicable to all space flight missions that may intentionally or unintentionally carry Earth organisms and organic constituents to the planets or other solar system bodies, and any mission employing spacecraft, which are ntended to return to Earth and its biosphere with samples from extraterrestrial targets of exploration.
Un altro dettaglio importante è che non si tratta di una mansione nuova: come spiega egregiamente The Verge, il problema della contaminazione nei due sensi fu sollevato già nel 1967, con una serie di trattati dell’ONU (United Nations Treaties and Principles on Outer Space), e la NASA ha già una persona che copre questo ruolo. Si chiama Catharine Conley e dirige l’Office of Planetary Protection.
Il clamore dei media è stato tale che la NASA ha dovuto pubblicare un video di chiarimento:
Lots of buzz today about our Planetary Protection Officer position, check out what our office actually does! https://t.co/fp5KUe7UpT pic.twitter.com/Tf8fEYZqpc— NASA People (@NASApeople) August 2, 2017
Quindi le risatine sono fuori luogo: oltre alle considerazioni di rispetto verso la natura, lanciare una sonda spaziale costa miliardi. Farlo per poi trovarsi ad analizzare campioni di vita portati maldestramente dalla Terra perché un tecnico ha starnutito vicino alla sonda sarebbe stupido.
Walt Cunningham, astronauta Apollo, in Nord Italia l’11 e 12 novembre
августа 2, 2017 16:32Apollo 7 fu il primo volo con equipaggio del programma lunare statunitense. Fu anche il primo volo dopo il disastro di Apollo 1, che costò la vita a tre astronauti durante una prova generale a terra. E fu la preparazione indispensabile per il primo grande balzo: il volo intorno alla Luna di Apollo 8.
Ma Apollo 7 fu anche il primo “ammutinamento” nello spazio: i tre astronauti, afflitti da un sovraccarico di lavoro e da un raffreddore che in assenza di peso causava congestioni dolorose e altri problemi, decisero di respingere le richieste del Controllo Missione. La NASA non fu particolarmente gentile al loro ritorno. Insomma, c’è tanta storia dietro questo volo spaziale.
Se volete sentire questa storia raccontata dalla viva voce di uno dei suoi protagonisti, Walt Cunningham, sarà in Italia l’11 e 12 novembre 2017, ospite dell’associazione ADAA. Io ci sarò, come appassionato di spazio e come traduttore per Cunningham.
Per saperne di più, contattate Luigi Pizzimenti, organizzatore dell’evento, presso info@adaa.it.
Ad astra!
La Stampa inventa la località di “Belarus, nel mar Baltico”
августа 2, 2017 11:16Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.In un articolo (copia su Archive.is) non firmato intitolato “Putin pronto a schierare 100mila uomini sul Baltico”, La Stampa cita “il New York Times, che svela le manovre militari di Mosca a Belarus, nel mar Baltico”.
Ma Belarus non è una località. È il nome inglese della Bielorussia. Basterebbe cercare su Wikipedia per saperlo. La frase originale del New York Times, tradotta creativamente da La Stampa, è questa: “The troops are conducting military maneuvers known as Zapad, Russian for “west,” in Belarus, the Baltic Sea, western Russia and the Russian exclave of Kaliningrad”.
Fra l’altro, la Bielorussia non è sul Baltico. Di nuovo, basterebbe cercare su Wikipedia per saperlo.
Quindi se volete sapere davvero dove Putin ha o non ha in corso manovre militari, forse non vi conviene fidarvi troppo dell’anonimo articolista de La Stampa, che a quanto pare non ha molta dimestichezza con l’inglese.
Non lamentiamoci: poteva andare peggio. Visto che il titolo del NYT è “Russia’s Military Drills Near NATO Border Raise Fears of Aggression”, c’era il rischio che qualcuno spargesse l’allarme per la presenza inquietante di trapani militari.









