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Disinformatico

сентября 4, 2012 21:00 , by profy Giac ;-) - | No one following this article yet.
Blog di "Il Disinformatico"

Non impostate il vostro iPhone alla data dell’1/1/1970

февраля 18, 2016 21:37, by Il Disinformatico

Durante la puntata precedente del Disinformatico radiofonico su ReteTre è arrivata in diretta la segnalazione di un ascoltatore, Benat, che diceva che stava circolando un messaggio che invitava i proprietari di iPhone a impostare la data dell’1/1/1970 e riavviarlo per ricevere un “uovo di Pasqua” ma era in realtà un inganno piuttosto pesante: chi seguiva quest’invito si trovava con lo smartphone completamente bloccato e impossibile da riavviare o ripristinare. L’unico rimedio era riportarlo a un negozio per l’assistenza tecnica. Durante la diretta non c’è stato tempo di verificare la segnalazione, per cui ho promesso di parlarne nella puntata successiva e di scriverne qui.

L’inganno è reale, quindi non impostate il vostro iPhone al primo gennaio 1970: se è un modello 5s o superiore, dopo un riavvio si bloccherà completamente. La stessa avvertenza vale per gli iPad Air e iPad Mini 2 e per gli iPod touch di sesta generazione.

L’unico modo noto finora per sbloccare un dispositivo bloccato in questa maniera è lasciare che la sua batteria si scarichi completamente, oppure aprirlo (cosa non facile) e scollegare la batteria.

Lo scherzo è nato presso 4chan, famoso (o famigerato) luogo online di raduno di internauti che hanno una propensione per le provocazioni, le trasgressioni e gli scherzi di dubbio gusto.

Ma perché gli iCosi hanno questo strano comportamento? E come mai ce l’hanno soltanto certi modelli? La spiegazione esatta è per ora ignota, ma è presumibilmente legata a due fatti indiscussi: il primo è che tutti i dispositivi colpiti hanno processori a 64 bit e il secondo è che l’1/1/1970 è l'inizio della cosiddetta Epoca Unix, ossia è la data dalla quale i sistemi operativi basati su Unix (come appunto iOS) iniziano per convenzione a contare il tempo, rappresentandolo come il numero di secondi trascorso da allora (per la precisione dalle 0:00:00 dell’1/1/1970).

Un sistema operativo che usa un processore a 64 bit può rappresentare internamente, al livello più elementare, il numero di secondi dall’inizio dell’epoca Unix fino al 4 dicembre dell’anno 292.277.026.596 (per chi fosse interessato, sarà una domenica) usando tutti e 64 i bit disponibili. Ma dopo questa data ricomincerà a contare i secondi da capo, per cui il 5 dicembre di quell’anno lontano la data avrà un valore in secondi inferiore invece che superiore a quello del 4 dicembre, creando ovvio scompiglio in qualunque calcolo di tempi. L’inverso avviene per le date che precedono l’1/1/1970: se il sistema operativo non ricorre ad accrocchi per aggirare il problema, qualunque data prima dell’inizio dell’epoca Unix avrà un valore superiore alle date successive, creando una condizione d’errore. È una sorta di millennium bug in grande stile.

La teoria prevalente sul problema di data degli iCosi è insomma che un dispositivo iOS a 64 bit rappresenta una data che precede il primo gennaio 1970 come se fosse una data che cade 292 miliardi di anni nel futuro, producendo risultati enormi e senza senso in qualunque calcolo su date vicine al giorno zero dell’epoca Unix: un classico integer underflow. Non sapendo come gestire questi risultati impossibili, iOS va in tilt e non si riprende più fino a quando la data viene reimpostata a un valore più normale.

Se una data fra 292 miliardi di anni vi sembra un problema che potete tranquillamente lasciare a qualcun altro, non avete torto: ma tenete presente che i processori a 32 bit, ancora molto diffusi, avranno lo stesso problema molto prima, precisamente nel 2038, alle 3:14:07 del 19 gennaio.


Fonti: Gizmodo, Tom Scott, Ars Technica.

Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



Podcast del Disinformatico: li preferite con la musica o senza?

февраля 16, 2016 4:37, by Il Disinformatico

Mi avete scritto e tweetato in molti chiedendo come mai nelle ultime due puntate del Disinformatico radiofonico c’è la musica che prima veniva tagliata: è una scelta della redazione per uniformità con gli altri programmi di ReteTre. Questo nuovo formato vi piace di più, di meno, o vi è indifferente? Fatemelo sapere con questo sondaggio via Twitter: vorrei capire se le contrarietà che ho ricevuto sono un sentimento condiviso. Grazie!

Sondaggio: preferite i podcast del Disinformatico di @retetre con la musica o senza?
— Paolo Attivissimo (@disinformatico) 16 Febbraio 2016

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Sì, una cometa passerà “vicino” alla Terra a marzo. MORIREMO TUTTI

февраля 15, 2016 21:11, by Il Disinformatico

Non ho foto di comete adatte alla notizia, per cui
metto la foto di un gatto, che ci sta sempre bene.
Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento).

Moriremo tutti, sì; ma di noia. Il 23 marzo la cometa P/2016 BA14 raggiungerà la propria distanza minima dalla Terra, pari a circa tre milioni e mezzo di chilometri, grosso modo nove volte la distanza fra la Terra e la Luna, ma il suo passaggio non causerà alcun effetto e non ci sarà nulla da vedere: si stima che sarà un oggetto di magnitudine 13 (21 assoluta), quindi completamente invisibile a occhio nudo.

Il pericolo comportato da questo passaggio “ravvicinato” è zero. O meglio, c’è il pericolo che i soliti catastrofisti a caccia di notizie acchiappaclic ne approfittino bassamente. Per cui pubblico qui quest’antibufala astronomica preventiva includendo i dati del Minor Planet Center, riferimento mondiale per asteroidi e comete. L’MPC, fra l’altro, segnala che altre comete si sono avvicinate alla Terra più di questa e non siamo morti. Neanche di noia.
Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



L’ultima prova di Albert Einstein

февраля 15, 2016 2:23, by Il Disinformatico

Grande giornata per l’astronomia: l’annuncio della scoperta delle onde gravitazionali schiude orizzonti di ricerca inimmaginabilmente vasti. Per fare il punto della situazione con competenza, lascio la parola (e la tastiera) all’astronomo Paolo G. Calisse, che ho già ospitato con piacere in questo blog.
Paolo Attivissimo


L’ultimo atto della caccia alle onde gravitazionali, la cui esistenza venne teorizzata da Albert Einstein 100 anni fa, intorno al 1916, potrebbe concludersi proprio oggi.

La caccia cominciò alla fine degli anni '60, con alcuni esperimenti effettuati anche in Italia. Una Barra di Weber, l’antenna gravitazionale che si pensava fosse in grado di rivelare le onde gravitazionali, è visibile ancora oggi all’ingresso del dipartimento di Fisica dell’università di Roma La Sapienza.

In meno di un’ora, alle 15:30 GMT (16:30 ora italiana) di oggi, giovedì 11 febbraio, si terrà una conferenza stampa del LIGO, in cui potrebbe essere comunicata la rivelazione di un evento che confermi l’esistenza di queste onde.

Potete seguirla in diretta cliccando qui o qui (sperando che i server "reggano" la popolarità dell'evento).

Aggiungo i link in chiaro in caso di problemi:

https://www.webcaster4.com/Webcast/Page/219/13131

https://www.youtube.com/user/VideosatNSF/live

Ricordo che nella ricerca ha un ruolo importante anche l’Italia, con un rivelatore vicino a Pisa: VIRGO.

Scriverò se necessario, e se Paolo me lo permette, un articolo con qualche spiegazione del fenomeno e della sua storia, insieme ad un sommario della videoconferenza.

Paolo G. Calisse, 11 febbraio 2016


Prima pagina del lavoro originale di A. Einstein, 1916.


Aggiornamento alle ore 20:00 GMT


Dicono che sia pessimo giornalismo parlare di sè invece che dei fatti, ma questa volta ho la scusa perfetta: avrete letto senz’altro su tutti i giornali e i website cosa è accaduto: di come David Reitze, LIGO Executive Director (CalTech), abbia esordito nella conferenza stampa di oggi dicendo semplicemente, dopo un secondo di pausa, "We have detected gravitational waves!", "abbiamo rilevato le onde gravitazionali!", e di come il fenomeno sia la firma dell’amplesso finale di una coppia di buchi neri. Così come forse sapete che il fenomeno è avvenuto circa un miliardo di anni fa, in una regione di spazio nella direzione della Nube di Magellano, e si è svolto ad una velocità inaudita, pari a metà di quella della luce.

Probabilmente avrete anche sentito dire che la perturbazione del tessuto stesso dello spazio-tempo, un’increspatura infinitesimale di ampiezza pari ad un millesimo di nucleo atomico, sia l’effetto di un fenomeno che ha liberato in una frazione di secondo l'energia equivalente alla massa di 3 stelle come il Sole – anche qui, secondo la più famosa equazione einsteiniana: E = mc2, dove m è la massa e c = 300.000 km/s è la velocità della luce. Un’energia spaventosa, pari a cinquanta volte quella emessa da tutte le stelle dell’universo nello stesso intervallo di tempo.

Possiamo anche porci delle domande: cosa sarebbe accaduto se un fenomeno del genere fosse avvenuto, invece che ad 1 miliardo di anni luce di distanza, a 50.000 anni luce, dall’altro lato della nostra Galassia? Nonostante l’energia spaventosa liberata, probabilmente non molto, in quanto le onde gravitazionali non vengono assorbite facilmente dalla materia, e proprio per questo continuano a viaggiare indisturbate proprio come l’onda in una piscina. Non sappiamo però cosa si stesse svolgendo intorno alla danza dei due buchi neri. È probabile che un disco di accrescimento di materia venisse ingoiato dalla mostruosa coppia danzante, emettendo fiotti di radiazione mortale a tutte le frequenze. Ma di per sè, difficilmente le onde gravitazionali sono in grado di interagire con la materia corrente (la cosiddetta materia barionica, quella che siamo abituati a vedere con i nostri occhi).

Quello che vorrei provare a condividere è però come sia rimasta la comunità di scienziati in cui avevo la fortuna di trovarmi di fronte a questa scoperta, anche se separata dal centro dell'azione dall'Oceano Atlantico.

Sentii parlare la prima volta della rilevazione delle onde gravitazionali a causa di un esperimento in procinto di essere avviato, agli inizi degli anni settanta, nel dipartimento in cui ero studente. Un gruppo romano cercava di ripetere il successo (mai confermato) di un sistema costituito da una barra di metallo sospesa nel vuoto a temperature prossime allo zero assoluto (-273.14°C). L'idea era che se un gravitone lo avesse attraversato – ricordiamoci che ogni onda va anche pensata come particella secondo la meccanica quantitistica – la contrazione infinitesima dello spazio-tempo sarebbe stata rivelata da un interferometro posto vicino al sistema, che ne avrebbe misurata una microscopica variazione di lunghezza. Il sistema, chiamato Weber Bar dal nome del suo inventore, nonostante tutti gli sforzi per ridurre il rumore di fondo, non riuscì mai a rivelare alcunché.

Da allora si sono succeduti vari esperimenti sempre più complessi. Oggi LIGO è solo il precursore di quella che diventerà presto una sorta di rete di ascolto delle onde gravitazionali sparsa in tutto il mondo e per questo in grado di identificare molto meglio la direzione di provenienza delle eventuali sorgenti. Di questa rete faranno parte rivelatori analoghi situati in Europa come VIRGO – purtroppo ancora in costruzione – ma anche in Giappone, India, eccetera. Anche osservatori astronomici radio convenzionali come il nascente SKA (Square Kilometer Array) saranno un giorno in grado di rilevare onde gravitazionali, almeno quelle prodotte da meccanismi diversi che creano onde talmente lunghe da necessitare la misura del tempo con orologi in grado di non perdere più di un nanosecondo (un miliardesimo di secondo) in circa trent'anni. SKA sarà infatti in grado di misurare ritardi negli arrivi a destinazione del segnale perfettamente periodico generato da lontanissime pulsar, o stelle di neutroni.

Di onde gravitazionali se ne aspettano di tipi e origine diverse, come ha ricordato Reiner Weiss, dell’MIT e uno degli ormai anziani, ma attivissimi, co-fondatori di LIGO. Ci si aspettano onde prodotte durante le prime fasi di origine dell'universo, da sistemi di pulsar binarie, di buchi neri, eccetera. Onde con tempi caratteristiche di millisecondi, di ore, di giorni, di anni e anche decenni, ognuna essendo la firma univoca del fenomeno che le ha prodotte.

Ma soprattutto, da oggi sappiamo che l’essere umano si è dotato finalmente di un metodo completamente nuovo per guardarsi intorno. È come se avessimo abbattuto il diaframma che ci separava da una grotta gigantesca, grande come lo stesso universo, dalla quale ascoltare i suoni prodotti da specie e fenomeni completamente nuovi. E ogni volta che il rapporto tra segnale e rumore verrà raddoppiato, si potrà osservare una zona di universo otto volte più grande di quella, già immensa, a disposizione da oggi, aumentando geometricamente la probabilità di captare segnali generati da onde gravitazionali.

Bene ha fatto lo stesso Rietze a menzionare Galileo e il suo puntare al cielo, quattrocento anni fa, un telescopio in grado di mostrare un universo completamente diverso da quello che conoscevano tutti coloro arrivati prima di lui. Un universo imperfetto, come le gobbe della luna e le macchie solari. Ma l'aspetto che più ha stupito molti di noi, quasi tutti astronomi, è l'enormità del segnale, la pulizia dell'effetto registrato e la capacità di inferire direttamente il risultato, praticamente ad occhio nudo. In genere i risultati della Big Science odierna richiedono un’analisi statistica accurata, che può durare anni, per arrivare a scrivere numeri che abbiano un senso. È il caso dei grandi esperimenti di fisica delle particelle o di cosmologia, come i risultati di satelliti quali WMAP o Planck. In questo caso invece c’è perfetta correlazione con i modelli, comprensione quasi immediata della distanza alla quale è avvenuta la coalescenza dei due buchi neri attraverso la sua ampiezza, e della massa dei due buchi neri a partire dalla variazione della frequenza. La direzione può essere dedotta, sebbene ancora con grandi incertezze dato il numero limitato di antenne disponibili, attraverso il ritardo tra i due interferometri che fanno parte dell'esperimento LIGO.

Mostruoso.

Kip Thorne, figura leggendaria per tutti coloro che sono attivi nel campo, e autore fra l'altro insieme a John Wheeler e Charles Misner, del gigantesco volume intitolato Gravitation (1279 pagine di formule e grafici sulla teoria della gravitazione, con esempi ed esercizi, per lo più impossibili per la gran parte di noi studenti di allora, e che per lo più veniva usato come "pressa" per foglie, vista la mole), a 75 anni suonati ha saputo spiegare chiaramente in conferenza stampa la teoria dietro al fenomeno.

Nell’aula in cui eravamo raccolti ad ascoltare la videoconferenza non c’era molto rumore di fondo. Il mio vicino di banco editava in tempo reale la voce "Detection of Gravitational Waves" su Wikipedia.

Le equazioni di campo di Einstein, nella loro stesura originale.
Un monumento alla bellezza della matematica.
Ma è comprensibile. Tutti sappiamo che dietro a queste scoperte, l'idea stessa di vedere o comprendere qualcosa che, piccolo o grande che sia, nessuno ha mai visto o compreso prima di noi sia una delle gioie più grandi riservate a chi se l’è saputa conquistare lavorando duramente, spesso per decenni, come in questo caso. Credo anche che questo suggerisca qualcosa di essenziale sulla nostra natura di esseri umani. Sono convinto che la gran parte degli scienziati vorrebbe in fin dei conti che a tutti noi fosse riservata, almeno una volta, la gioia suprema della scoperta. Che si tratti della scoperta teorica, quella sulla carta, o di quella sperimentale, come nel caso di LIGO. Onestamente non credo che esista gioia maggiore di quella data dal successo della nostra creatività, e l’atmosfera che si respirava in questa videoconferenza, da parte di giovani, adulti ed anziani – soprattutto loro, visto il periodo di incubazione che l'esperimento ha richiesto: un quarto di secolo! – ne è la migliore dimostrazione.

Dev'essere stata questa stessa felicità quella che provò, più e più volte, il giovane Einstein, quando con veri e propri salti mortali mentali riuscì a  formalizzare la geometria dello spazio-tempo e ad incatenarla letteralmente alla massa che la occupa nei primi decenni dello scorso secolo. Il solo seguire l’itinerario della sua mente, la capacità di costruire quei 16 numeri che costituiscono i tensori che descrivono la geometria del nostro universo – un potente oggetto matematico di 4 colonne per 4 righe – attraverso le arcinote equazioni di campo partendo dalla conoscenza di uno solo di essi, non dev'essere stata diversa. E' da queste equazioni che discende l’ipotesi dell’esistenza delle onde gravitazionali insieme a tante altre previsioni e scoperte fondamentali.

100 anni esatti per provare, ancora una volta, che Albert Einstein aveva ragione.

Paolo G. Calisse, 11 febbraio 2016

p.s. grazie a Paolo Attivissimo per le numerose correzioni e per l'ospitalità.
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Torna “Ti porto la Luna”: una roccia lunare in tour in Italia

февраля 14, 2016 19:26, by Il Disinformatico

Siamo pazzi. L’anno scorso Luigi Pizzimenti ed io, con l’aiuto di tanti altri matti malati di Luna, abbiamo fatto una cosa che nessuno aveva mai pensato di fare prima: andare alla NASA a Houston, dove sono conservati i campioni di roccia lunare raccolti dagli astronauti delle missioni Apollo, e chiederne uno in prestito per portarlo in giro per l’Italia, presso scuole, teatri e osservatori, per raccontare la storia straordinaria di quella roccia e degli uomini che l’hanno portata sulla Terra.

La NASA ha detto sì (non a me, ma a Luigi, che è accreditato per il prelievo e il trasporto di questi campioni inestimabili) e abbiamo fatto diciannove tappe in meno di un mese: è stato un tour de force intensissimo, incredibilmente impegnativo, ma premiato dall’entusiasmo di migliaia di persone di tutte le età.

E siccome siamo pazzi, lo rifacciamo.

La roccia sarà in tour dal primo aprile al 30 maggio 2016 e la sua storia verrà raccontata da Luigi insieme al sottoscritto, al giornalista Paolo D'Angelo, grande conoscitore delle missioni spaziali, e a Paolo Miniussi, direttore dell'associazione Octobersky.

Come per la prima edizione, anche per Ti porto la Luna 2016 l’incontro con la roccia lunare sarà accompagnato da riprese e immagini rare e restaurate, che riveleranno aspetti inattesi e poco conosciuti di un’avventura che diventa sempre più eccezionale man mano che passano gli anni – troppi – che ci separano da quel breve periodo, fra il 1969 e il 1972, nel quale abbiamo osato lasciare, sia pure per qualche istante, la nostra culla cosmica.

In una coincidenza molto simbolica, che ci ricorda appunto quanto passa veloce il tempo, la roccia che verrà portata in tour sarà una di quelle raccolte dalla missione Apollo 14, quella di cui fece parte l’astronauta Edgar Mitchell recentemente scomparso proprio in occasione del quarantacinquesimo anniversario del suo volo nello spazio verso la Luna.




Se volete saperne di più, consultate il calendario degli appuntamenti e i dettagli organizzativi qui sul blog di Luigi Pizzimenti, seguite Luigi su Twitter (@luigipizzimenti) e usate l’hashtag #tiportolaluna2016.

Ad astra!

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