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сентября 4, 2012 21:00 , by profy Giac ;-) - | No one following this article yet.
Blog di "Il Disinformatico"

Apple, aggiornamenti per OS X e iOS

января 19, 2016 21:21, by Il Disinformatico

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Segnalo brevemente che sono usciti gli aggiornamenti Apple che portano OS X alla versione 10.11.3 (risolvendo alcuni problemi di funzionamento e di sicurezza) e iOS alla versione 9.2.1 (risolvendo anche qui varie magagne). Almeno una delle falle turate consente di prendere il controllo del dispositivo Apple semplicemente facendogli visitare un sito appositamente confezionato.

Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



Antibufala: il primo fiore cresciuto nello spazio!

января 19, 2016 20:33, by Il Disinformatico

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Moltissimi giornali e anche numerosi siti specialistici hanno annunciato pochi giorni fa che è sbocciato il “primo fiore nello spazio”: la zinnia mostrata qui accanto in una foto tweetata dall’astronauta Scott Kelly, che è a bordo della Stazione Spaziale Internazionale dove è spuntato questo fiore. Lo hanno fatto per esempio Repubblica, Corriere, Wired.it, Swissinfo, The Independent, CBS News, Engadget. Lo ha fatto persino Kelly stesso, annunciandola nel suo tweet come “First ever flower grown in space” (“Primo fiore mai cresciuto nello spazio”). L’ho fatto anch’io, fidandomi di Kelly e di altre fonti solitamente molto affidabili. Ma non è così.

NASAWatch , Science20 e CNN hanno infatti segnalato che nel 2012 l’astronauta Don Pettit fece sbocciare a bordo della Stazione un girasole nel corso di un esperimento personale, come documentato in queste foto. Pettit, fra l’altro, scriveva il proprio blog spaziale dal punto di vista delle piante di bordo, con risultati piuttosto surreali.

Ma anche il girasole di Pettit non detiene il record: infatti il Guinness dei Primati nota che nel 1982 l’equipaggio della stazione spaziale sovietica Salyut-7 fece crescere e sbocciare delle piante di Arabidopsis thaliana. Maggiori dettagli su questo vero primo fiore spaziale e sugli esperimenti di Don Pettit sono in questi vari articoli scientifici. Purtroppo sembra che non ci siano foto di quei primi fiori di Arabidopsis.

La zinnia sbocciata pochi giorni fa è quindi il primo esperimento formale di crescita di un fiore a bordo della Stazione, avvenuto nell’ambito della ricerca sul comportamento dei vegetali in assenza di peso (programma Veggie), ma non è affatto il primo fiore sbocciato nello spazio: i russi si aggiudicano anche questo delicato primato spaziale e lo fanno con ben 34 anni di vantaggio.

Scritto da Paolo Attivissimo per il blog Il Disinformatico. Ripubblicabile liberamente se viene inclusa questa dicitura (dettagli). Sono ben accette le donazioni Paypal.



SpaceX, lancio di satellite riuscito ma test di atterraggio fallito per un soffio

января 18, 2016 8:06, by Il Disinformatico

Credit: NASA/Bill Ingalls
Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Pubblicazione iniziale: 2016/01/17 22:35. Ultimo aggiornamento: 2016/01/18 10:55.

Oggi SpaceX ha messo in orbita correttamente il satellite oceanografico Jason 3; il primo stadio lanciatore Falcon 9, partito dalla base di Vandenberg, in California, ha inoltre tentato un rientro controllato sperimentale, con l’intento di atterrare su una chiatta nell’Oceano Pacifico, ma le cose sono andate male: secondo quanto ha tweetato inizialmente SpaceX, l’atterraggio è stato centrato ma l’impatto è stato troppo duro e ha rotto una delle zampe.

Successivamente un tweet di Elon Musk ha dichiarato invece che la velocità di atterraggio era buona ma uno dei sistemi che bloccano le zampe in posizione estesa non si è innestato correttamente e quindi il razzo si è coricato dopo l’atterraggio, presumibilmente distruggendosi. Un altro tweet di SpaceX ha poi precisato che l’atterraggio è stato morbido, a 1,3 metri dal centro della chiatta, ma la zampa numero 3 non si è bloccata.

La diretta streaming dalla chiatta si è interrotta prima dell’arrivo del veicolo spaziale e le immagini dell’atterraggio presumibilmente registrate a bordo non sono ancora state rese disponibili: le segnalerò qui non appena verranno rese pubbliche.


2016/01/17 22:55


Ecco la prima immagine divulgata da Elon Musk, che ha tweetato: “almeno stavolta i pezzi erano più grossi! Non sarà l’ultimo Disassemblaggio Rapido Non Programmato, ma sono ottimista per il prossimo atterraggio su chiatta”.


In alcuni tweet pubblicati poco dopo l’atterraggio, Musk ha inoltre spiegato alcuni dettagli tecnici: la maggiore difficoltà di un atterraggio su chiatta, che è paragonabile a un appontaggio su portaerei, dove il bersaglio ha un’area molto più piccola e sta traslando e ruotando; gli atterraggi su chiatta sono necessari per le missioni che richiedono una velocità elevata, non per una questione di flessibilità o di risparmio sui costi del propellente, perché non è fisicamente possibile tornare al sito di lancio se la velocità alla separazione degli stadi è maggiore di circa 6000 km/h e una chiatta consente di non dover eliminare la velocità laterale e quindi la separazione degli stadi può avvenire fino a 9000 km/h.


2016/01/18 3:20


SpaceX ha tweetato un’altra immagine dell’atterraggio.



2016/01/18 10:55


È stato pubblicato un breve video dell’acchiattaggio.


Elon Musk ha scritto su Instagram che la causa del mancato blocco di una delle zampe in posizione estratta potrebbe essere l’accumulo di ghiaccio condensatosi dalla nebbia fitta presente al decollo. Comunque sia, SpaceX ha dimostrato ancora una volta di essere in grado di centrare con precisione il punto di atterraggio (che è la cosa fondamentale in termini di sicurezza) e di atterrare in modo morbido; stavolta c'è mancato davvero poco. Fra l’altro, dal punto di vista ecologico è andata benissimo, visto che con questo sistema c’è un razzo in meno in fondo all’oceano.
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SpaceX, lancio di satellite riuscito ma test di atterraggio fallito

января 17, 2016 20:40, by Il Disinformatico

Credit: NASA/Bill Ingalls
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Oggi SpaceX ha messo in orbita correttamente il satellite oceanografico Jason 3; il primo stadio lanciatore Falcon 9, partito dalla base di Vandenberg, in California, ha inoltre tentato un rientro controllato sperimentale, con l’intento di atterrare su una chiatta nell’Oceano Pacifico, ma le cose sono andate male: secondo quanto ha tweetato inizialmente SpaceX, l’atterraggio è stato centrato ma l’impatto è stato troppo duro e ha rotto una delle zampe.

Successivamente un tweet di Elon Musk ha dichiarato invece che la velocità di atterraggio era buona ma uno dei sistemi che bloccano le zampe in posizione estesa non si è innestato correttamente e quindi il razzo si è coricato dopo l’atterraggio, presumibilmente distruggendosi. Un altro tweet di SpaceX ha poi precisato che l’atterraggio è stato morbido, a 1,3 metri dal centro della chiatta, ma la zampa numero 3 non si è bloccata.

La diretta streaming dalla chiatta si è interrotta prima dell’arrivo del veicolo spaziale e le immagini dell’atterraggio presumibilmente registrate a bordo non sono ancora state rese disponibili: le segnalerò qui non appena verranno rese pubbliche.


2016/01/17 22:55


Ecco la prima immagine divulgata da Elon Musk, che ha tweetato: “almeno stavolta i pezzi erano più grossi! Non sarà l’ultimo Disassemblaggio Rapido Non Programmato, ma sono ottimista per il prossimo atterraggio su chiatta”.


In alcuni tweet pubblicati poco dopo l’atterraggio, Musk ha inoltre spiegato alcuni dettagli tecnici: la maggiore difficoltà di un atterraggio su chiatta, che è paragonabile a un appontaggio su portaerei, dove il bersaglio ha un’area molto più piccola e sta traslando e ruotando; gli atterraggi su chiatta sono necessari per le missioni che richiedono una velocità elevata, non per una questione di flessibilità o di risparmio sui costi del propellente, perché non è fisicamente possibile tornare al sito di lancio se la velocità alla separazione degli stadi è maggiore di circa 6000 km/h e una chiatta consente di non dover eliminare la velocità laterale e quindi la separazione degli stadi può avvenire fino a 9000 km/h.
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Complotti reali: il disastro sfiorato e taciuto della Soyuz 5

января 17, 2016 7:53, by Il Disinformatico

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Si parla tanto di fantasiosi e improbabili complotti americani per simulare lo sbarco sulla Luna, ma ci si dimentica spesso dei veri complotti: quelli per insabbiare i fallimenti e i dettagli imbarazzanti delle missioni spaziali, specialmente (ma non solo) da parte russa. Questa è la storia di uno di questi complotti reali, tratta dal mio e-book Almanacco dello Spazio, di cui ho pubblicato stamattina un aggiornamento scaricabile gratuitamente.


Il 16 gennaio 1969, con la gara sovietica e americana per raggiungere la Luna nel massimo fermento, l’Unione Sovietica mette a segno una missione congiunta spettacolare. Nei giorni precedenti ha lanciato in orbita intorno alla Terra due veicoli con equipaggio, la Soyuz 4 (con a bordo un solo cosmonauta, Vladimir Shatalov) e la Soyuz 5 (che trasporta Boris Volynov, Aleksei Yeliseyev e Yevgeny Khrunov), e ora la Soyuz 4 attracca alla Soyuz 5 con una manovra inizialmente automatica e successivamente manuale.

Credit: Gianluca Atti
I due veicoli spaziali vengono interconnessi con alimentazione, comunicazioni e comandi e formano per quattro ore e mezza quello che la stampa sovietica definisce un po’ iperbolicamente “la prima stazione cosmica sperimentale al mondo”. Come vedete dall’immagine qui accanto, anche la stampa italiana (perlomeno quella comunista) non si discosta molto da questa descrizione epica, anche perché non ci sono altre fonti d’informazione a parte quelle sovietiche, controllatissime e censuratissime.

Retorica a parte, è comunque il primo attracco fra due veicoli spaziali entrambi dotati di equipaggio nella storia dell’astronautica. C’erano stati attracchi precedenti, ma soltanto fra veicoli senza equipaggio oppure fra uno con equipaggio e uno senza.

Dopo l’attracco, due dei cosmonauti della Soyuz 5, Yevgeny Khrunov e Alexei Yeliseyev, si trasferiscono alla Soyuz 4 effettuando una passeggiata spaziale, che viene registrata dalle telecamere di bordo: è il primo trasferimento extraveicolare di un equipaggio da un veicolo spaziale a un altro. Un altro primato, insomma, conquistato dai russi. Queste manovre servono a collaudare le tecniche di attracco e trasbordo che verranno usate per lo sbarco sulla Luna che i sovietici, in gran segreto, stanno tentando di realizzare.

La Soyuz 4 rientra a terra senza problemi il 17 gennaio con Shatalov, Khrunov e Yeliseyev (immagine qui accanto, tratta da Spacefacts). La Soyuz 5 resta in orbita fino al giorno successivo, pilotata dal trentaquattrenne Boris Volynov.

Fin qui tutto bene, insomma. Ma al momento del rientro della Soyuz 5 succede di tutto.

Il modulo di servizio, che sta sul retro del veicolo di Volynov, non si sgancia correttamente dalla capsula di rientro dopo l’inizio della manovra di discesa. Rimane attaccato alla capsula, e siccome è la parte del veicolo che offre la maggiore resistenza aerodinamica si dispone spontaneamente dietro, mettendo la capsula e Boris Volynov davanti. Il problema è che questo assetto è il contrario di quello necessario per sopravvivere al rientro, perché la Soyuz a questo punto ha lo scudo termico dietro anziché davanti.

Il calore del rientro agisce quindi sulla parte meno protetta della capsula: Volynov, invece di essere schiacciato contro il proprio sedile dalla decelerazione, viene spinto in senso contrario, contro le cinture di sicurezza che lo trattengono, e assiste impotente alla progressiva combustione delle guarnizioni del portello, che riempiono di fumo la capsula. Il cosmonauta, oltretutto, non ha una tuta pressurizzata che lo protegga.

I tecnici al Controllo Missione russo, informati via radio da Volynov della situazione, hanno già capito che non c’è nulla da fare e uno di loro si toglie il cappello, vi mette dentro tre rubli e lo passa agli altri per iniziare la colletta per l’imminente vedova.

Fortunatamente il calore esterno fonde i collegamenti fra il modulo di servizio e la capsula di rientro poco prima che ceda il portello e quindi il modulo di servizio si sgancia violentemente, permettendo alla capsula di riprendere il proprio assetto normale: il suo scudo termico, finalmente in posizione corretta, assorbe il calore prodotto dall’attraversamento dell’atmosfera e la capsula decelera, ma lo fa brutalmente, sottoponendo Volynov a ben 9 g, perché i razzi di manovra, che normalmente dovrebbero ridurre la decelerazione imponendo un assetto che genera portanza e quindi produce una planata, non funzionano: il loro propellente è stato esaurito dal computer di bordo nel vano tentativo di orientare correttamente la capsula mentre era ancora vincolata al modulo di servizio.

Boris Volynov
Non è finita: i cavi del paracadute della capsula si ingarbugliano parzialmente e i razzi che servono per la frenata finale sono danneggiati dal rientro e non funzionano, per cui l’impatto con il suolo è durissimo, anche se la neve lo smorza lievemente: Volynov viene sbalzato dal proprio sedile e si spezza alcuni denti. Oltretutto la capsula è atterrata nei monti Urali, a centinaia di chilometri dal punto previsto in Kazakistan, per cui i soccorsi non possono arrivare prontamente. Fuori la temperatura è −38 °C e nella capsula non c’è riscaldamento.

Volynov capisce che se rimane nella capsula è spacciato, per cui ne esce con le proprie forze e cammina per vari chilometri, nel gelo e con la bocca sanguinante per i denti rotti, fino a trovare rifugio in casa di un contadino. I soccorritori arrivano varie ore dopo e trovano la capsula vuota: riescono a rintracciare Volynov seguendo le sue impronte e le macchie di sangue nella neve.

Il disastro sfiorato viene tenuto segreto dalle autorità sovietiche fino al 1997.

Le peripezie di Volynov non sono ancora finite: pochi giorni dopo, il 22 gennaio, sarà coinvolto in un attentato al premier sovietico Brezhnev. Ma questa è un’altra storia, che trovate nell’Almanacco dello Spazio.


Fonti: James Oberg; Astronautix; Sven Grahn; Soyuz: A Universal Spacecraft, Rex Hall e David Shayler, p. 155-156; Rockets and People, Volume 4, Boris Chertok, p. 187; Spacefacts.
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